SISTEMA DIFENSIVO.gifSulle torri di avvistamento della Costa degli Dei, dell’intera fascia costiera che va da Pizzo a Nicotera, del terrirorio vibonese più in generale e di quello ad esso limitrofo del confine Nord, quali architetture di importanza assoluta,  difensive o di semplice avvistamento, poca letteratura specifica è in essere. Uno studio sistematico e ben fatto, senza la pretesa di essere esaustivo e completo, di cui quella che segue è una sintesi per un possibile itinerario, è quello del prof. Antonio De Luca di Tropea, uomo di cultura e appassionato storico tropeano. Del suo scritto “Itinerario delle torri costiere tra il Mesima e l’Angitola”, edizioni Romano, Tropea 2002, ho estrapolato la parte prettamente “itinerante” e d’approfondimento storico, tralasciando di riportare le significative e pertinenti osservazioni di carattere politico, ricche di senso critico e di stimoli, unitamente a qualche “bacchettata”  rivolta ai politici regionali, che ho trovato assolutamente condivisibile. Per esse prevedo un apposita intervista che andremo ad editare appena possibile. Troverete pertanto dei segni di omissis ([…]) all’interno del post debitamente segnalati. L’itinerario è affascinante. L’autore lo divide in due sezioni: la prima da Tropea a Nicotera; la seconda da Tropea all’Angitola. Una serie di premesse, soprattutto considerazioni di carattere geografico e  storico, permettono a chi legge la focalizzazione dell’intero territorio, assolvendo al tempo stesso alla funzione loro propria:  quella  della contestulizzazione generale  in cui le torri si trovavano e si trovano tutt’oggi. Trovo queste scelte corrette e sagge perché faciliteranno  coloro che vorranno cimentarsi in detto percorso. Per questi ultimi se ne consiglia la visita in due giornate.. Buona lettura e buon itinerario.

Itinerario delle torri costiere della provincia di Vibo Valentia

Di Antonio De Luca

Osservando la carta topografica del litorale Tirreno che dalla piana dell’Angitola al Mesima costituisce oggi la costa della provincia di Vibo Valentia, già distretto e poi circondario di Monteleone, si notano varietà morfologiche rilevanti in un fronte mare che assomiglia ad un vaso con il fondo tondo e le maniglie alla foce dei due fiumi; partendo da nord c’è prima la piana dell’ Angitola con al centro l’omonimo fiume raggiunto dai romani con la strada consolare Annea Popilia, che da questo punto a Reggio Calabria si identifica quasi con la statale 18 ed anche con l’autostrada A3 che l’affianca tranne brevi tratti rettificati.

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Pizzo, Vibo Valentia, Mileto, Rosarno, quest’ultima nel reggino, sono attraversate dalla prima e affiancate ad oriente dalla seconda, che prima di Sant’Onofrio declina verso la valle del Mesima, bacino fluviale tra il Poro e le Serre del marepotamo, che finisce nella piana di Rosarno, mentre l’Angitola raccoglie le acque tra il Poro e le Serre di Monterosso, Capistrano e Polia. La linea che congiunge Vallelonga, Filogaso e Maierato è il loro spartiacque. Possiamo chiamare Vibo Valentia provincia dei due fiumi, almeno per la parte del Poro che indica il passaggio tra le due pianure. Se si confronta l’insediamento umano lungo la costa di cento anni fa e quella attuale, si nota subito che a nord fino a Pizzo (piana Angitola) e a sud dopo Nicotera fino al Mesima (piana Ravello) era quasi assente la presenza stabile dell’uomo con borghi e villaggi, ancor più si nota lo stato pessimo delle strade (tratturi e mulattiere) poco carrozzabili. La situazione migliorò con la legge 255 del 25-06-1906 conseguente al terremoto del 1905 e con la legge n. 445 del 9-07-1908. Caratteristica questa di tutte le coste basse della Calabria (Gioia Tauro, Lamezia, Sibari), tutte attraversate da fiumi perenni. Lo sviluppo urbanistico che si trova lungo queste piane litoranee, parte dagli anni cinquanta. Non è un caso, che nel fronte-mare della nostra provincia, i vari centri andavano da Pizzo a Nicotera passando per Tropea. Mentre restarono abbandonate per secoli le pianure di fronte al mare, perché inospitali (malaria) e pericolose (pirateria). Questi due fattori hanno segnato dalla fine del primo millennio a poco tempo fa, la storia civile urbana e geologica, almeno per l’aspetto antropico, della nostra regione. Prima del 1000 arrivarono gli Arabi (detti anche Saraceni) che, conquistata la Sicilia, razziavano la Calabria con basi anche stabili (Tropea, Amantea, Santa Severina). Nel V secolo, contro i Goti, Bisanzio aveva mandato Belisario e Narsete (guerra greco-gotica); contro i saraceni venne Niceforo Foca, ma solo dopo il mille i Normanni e Federico II di Svevia, loro erede, risolsero in parte il problema che riprese virulento con gli Angioini, (1266). La pirateria allontanava gli abitanti dalle coste verso l’interno collinoso, che per esigenze insediative, da territorio per il pascolo e l’ agricoltura, veniva disboscato senza regole. Questo causava il dilavamento e milioni di metri cubi di detriti trascinati dai fiumi diventati ingovernabili e pericolosi, venivano depositati alla loro foce. Il litorale avanzava nel mare (pianura alluvionale), ma la formazione di dune con acquitrini determinò un diffondersi rapido della malaria, di cui non si conosceva la causa che si attribuiva alle piante in putrefazione sotto l’acqua. Il conseguente smottamento dei fianchi di tante montagne, trasferì il triste fenomeno anche alle valli interne che avevano sostituito le pianure costiere in tante colture. Cominciarono a smottare centinaia di centri abitati sul pendio delle montagne e sui cigli alti dei fiumi, con esempi tragici anche recenti (Fabrizia). Salendo sempre più in alto per evitare la zanzara malarica, avveniva lo sfasciume de “li disfatti monti”. Un piano di intervento per il trasferimento o consolidamento di tali centri fu redatto con le leggi ricordate, ma rimase in gran parte sulla carta. Il problema è ancora attuale. Da qui l’importanza della costa alta, lontana dagli acquitrini e difendibile possibilmente dalla pirateria che trascinava sulle navi tutto: beni e persone, giovani da legare ai remi, donne da vendere come schiave o concubine; persone ricche per le quali chiedere un lauto riscatto, magari sostando per le trattative con le navi ed il prigioniero davanti alla sua città. In mille anni, prima i saraceni, poi i barbareschi, dal ‘400 sotto la grande regìa dei sultani turchi, che con la propria armata navale flagellarono per secoli l’italia meridionale, sparsero terrore e paura e non trovarono mai valido contrasto per le vicende mutevoli del Regno delle Due Sicilie o di Napoli che resero la monarchia sempre impotente e il re travicello. La battaglia di Lepanto, (1571), alla quale ogni famiglia nobile dell’epoca vantò poi di aver partecipato, fu solo un incidente di percorso per i Turchi che, subito dopo, affidando la loro potente armata proprio al calabrese Giovan Dionigi Galeno detto “occhialì” (il sultano nominava amìr-ammiragli sempre, il migliore fra i capi pirata senza badare alla sua nazionalità  di origine), tornarono a devastare la nostra regione allora inclusa nel vice regno di Napoli, possedimento periferico dell’impero spagnolo e divisa nelle due province di Calabria Citra fino al Savuto ed al Neto, e Calabria Ultra da questi fiumi fino a Reggio Calabria. Per brevità delle presenti note si tralasciano gli episodi di pirateria lungo i secoli, come pure le leggende locali che parlano sempre di pirati respinti. Se la Spagna tentava sul serio con alterni risultati (Carlo V, Filippo II etc.) di contrastare la pirateria in occidente, era troppo occupata  nel suo duello contro la Francia che si era alleata con i turchi, per combatterli in modo efficace. Nell’intento di piegare Venezia, unico stato italiano indipendente, che metteva in pericolo il suo dominio assoluto nella penisola, la stessa Spagna faceva finta di combattere i turchi nello Ionio e nell’Egeo per difendere la Sicilia, la Calabria e la Puglia, perché voleva che la potenza turca eliminasse da quelle acque Venezia (come dimostrano documenti soltanto ora conosciuti), per poi essa Spagna attaccare Venezia in Italia. Le arti bizantine erano conosciute a Madrid. Dal  1200 in poi  iniziò lungo le coste dell’Italia meridionale la costruzione delle torri dette saracene, con il compito di avvistare le navi pirata e dare l’allarme in tempo sia per fuggire verso i monti sia per ripararsi nei borghi fortificati o nei fortini accanto alle torri. Quando era possibile accorreva una forza di contrasto, sempre che si trattasse di piccoli sbarchi dalle veloci fuste; di fronte all’armata navale turca che compariva all’improvviso, non c’era niente da fare: essa disponeva di centinaia di navi di vario tipo spinte da remi dei forzati, poteva sbarcare cavalleria veloce e pezzi  di artiglieria contro le città, con migliaia di fanatici combattenti, per fede e sete di bottino umano e beni materiali. Molti paesi della nostra Calabria furono presi e incendiati e gli abitanti trucidati o trascinati nelle stive fatiscenti delle navi. Questo durò fino all’inizio dell’800, quando cominciò il declino definitivo prima della Spagna e poi della “Sublime Porta” di fronte alle nuove tecnologie anche navali. Di tutto questo sulle nostre coste sono rimaste le torri, monumento al dolore e alla paura, che di giorno segnalavano con il fumo di paglia e legno affumicanti, attraverso la canna fumaria di un caminetto, di notte accendendo il fuoco sulla cima della torre o sparando a salve quando si disponeva di cannoni. Questo segnale allarmava tutti e veniva ripreso dalle torri vicine. In teoria da Reggio esso poteva in due tre giorni di repliche arrivare a Napoli dove c’era una squadra navale di contrasto, non certo in grado di affrontare quella turca o barbaresca. Le torri avevano diversa forma e dimensione a seconda del periodo e lo scopo  particolare della costruzione. Esse furono costruite e mantenute a spese degli abitanti dei luoghi che difendevano, con una tassa extra (addizionale) per ogni famiglia (fuoco) che variava nel tempo. Alcune erano sul mare per avvistamento diretto, altre più interne vedevano quelle sul mare sul cui vertice si trovavano e davano l’avviso all’entroterra che poteva essere raccolto anche da una guarnigione militare. Presso alcune di esse, stazionavano dei cavalli (torri cavallare), con i quali si potevano avvisare i villaggi, i soldati e far suonare la campana a martello (a tocchi a tocchi la campana sona). Sotto la torre del soffio di Paola c’è oggi via del cavallaro. In questo itinerario lungo la costa di Vibo Valentia si propongono le torri dell’Angitola al Mesima, quelle ancora esistenti anche come ruderi, e si indica il sito di quelle scomparse per la forza della natura o per l’intervento inqualificabile dell’uomo che le ha abbattute ab imis fundamentis. Le sopravvissute, hanno bisogno tutte di un urgente intervento, di competente restauro e consolidamento e di una legislazione regionale che vincoli in modo severo l’area circostante con il jus non aedificandi e formi intorno ad esse dei parchi storici e naturali. Altri popoli, con pochi riferimenti di questo genere nel loro passato, ne avrebbero fatto un’attrattiva storica, artistica ed  economica di grande valore.

Le torri che qui si propongono in un itinerario a Sud e a Nord di Tropea, fanno parte delle centinaia che si trovano lungo le coste calabresi. Chi le presenta ha fatto una ricognizione in loco di tutte le torri della Calabria, ionica e tirrenica, e si propone a breve di presentarle con un cenno alla storia delle dominazioni in Calabria dall’anno 1000 in poi e relativa mancata difesa. […] La fine della pirateria non significò la rinascita delle coste perché rimase la malaria e sulle rivendite dei tabacchi qualcuno ricorda la scritta: “chinino di stato, unico rimedio per alleviare le febbri malariche”. Neanche la costruzione delle ferrovie costiere alla fine dell’800 lungo i due mari,  valse a riportare gli abitanti dalla montagna alla marina. Le stazioni furono chiamate “scalo” del paese che si trovava anche a diversi chilometri sulle colline. Fare servizio in ferrovia a Sant’Eufemia di Lamezia fino agli anni ’50 era considerato un pericolo. Soltanto dopo, i mezzi chimici e le bonifiche debellarono la malaria. Allora iniziò il decollo delle marine dei vari centri interni e con lo sviluppo turistico ci fu un abnorme sviluppo edilizio lungo le coste senza norme e regole, che in pochi decenni ha sfregiato ciò che era stato un incanto per milioni di anni. Le marine divennero più grandi della loro madre in montagna. Ma nelle marine si costruì  sugli apporti alluvionali recenti, per le cause che abbiamo visto. Da cinquant’anni ormai, proprio per alimentare i cantieri di fronte al mare, i fiumi vengono rapinati di sabbia e ghiaia, sottratte in definitiva al mare stesso e trasferite sotto forma di calcestruzzo al limite del litorale. Anche dal litorale dell’Angitola al Savuto,  forse oltre, nel recente passato sono stati prelevati milioni di metri cubi di pietrisco e sabbia. I due tipi di rapina hanno fatto saltare l’equilibrio naturale, e, mancando il ripascimento delle coste da parte dei fiumi, esse vengono erose dal mare che sta tornando nell’antico sito, che giustifica la posizione di certe torri esistenti o scomparse. Non bisogna sottrarre materiale ai fiumi, anzi dove possibile riversarne, in quanto con l’acqua,  trasportato alla foce serva da ripascimento.[…] Le torri erano posizionate dove possibile in alto, di fronte al mare ed in modo che si avvistassero senza soluzione di continuità. Funzionavano come i ripetitori della telefonia mobile che non per caso si trovano proprio accanto a loro. La posizione di Torre Ruffa a Ricadi, della Rocchetta a Briatico e di Torre Angitola, serviva anche ad impedire alla flotta pirata di fare “l’acquata” alla foce dei torrenti che si trovano molto vicini e dello stesso fiume Angitola in quanto tutti questi corsi di acqua erano allora non inquinati ed avevano come oggi un corso perenne. Gli addetti a tale compito erano i torrieri, molti dei quali conosciamo con i loro nomi perché iscritti nei libri paga con le relative quietanze. La forma assai convessa ed irregolare della costa, dal Mesima all’Angitola,  richiese un gran numero di torri per la copertura visiva di tale tratto, assai popolato perché lontano dalla malaria, con agricoltura fiorente e con le acque derivate dalle falde del poro. La città fortificata di Tropea offriva rifugio sicuro a varie famiglie di proprietari che la scelsero come residenza e qui erigevano il loro palazzo e spendevano la rendita di terre anche lontane. Lo stesso vale per le molte chiese e per gli ordini religiosi. L’itinerario conduce alle torri esistenti mentre sulla base della cartografia e degli elenchi delle torri esistenti si indica il sito di quelle scomparse. Qualcuna rimase allo stato di progetto o costruita con frode deperì presto. Altre non hanno resistito ai terremoti tremendi che con successione ciclica di circa 120 anni stanno colpendo la Calabria. Ora che il mare su tutta la costa sta avanzando non è escluso che provochi il dissotterramento di qualche torre per poi inghiottirla. Infatti, la posizione di tante torri nelle piane alluvionali, sarebbe irrazionale se non si tenesse conto della linea del litorale al momento della loro costruzione. Solo che oggi, in tanti punti, il mare non solo ha guadagnato quanto perduto ma sta avanzando nelle piane e nelle coste alte quando sono demolibili (Isola Capo Rizzuto). L’erosione lenta ma continua della rupe, tipo quella di Pizzo o di Tropea,  causa fenomeni che sono leggibili nel lato mare della Torre Balì di Santa Domenica di Ricadi. Essa ha una parte della base senza appoggio lato mare. Quando è stata costruita certamente era arretrata dal ciglio lato mare almeno 10 metri e se fossero stati soltanto 5, questo significa che gli agenti esogeni erodono quel tufo un centimetro all’anno un metro per secolo ed infatti dopo 5 secoli essa si trova in bilico sullo strapiombo.

Pima parte

Si può cominciare da Tropea che è al centro tra il Mesima e l’Angitola. Qui non esiste più alcuna torre, per i terremoti degli ultimi 500 anni e conseguente abbandono ed incuria. Nel 1265 fu iniziata la costruzione del Castello, demolito alla fine del’700, e sul suo sito fu eretto nell’800 Palazzo Toraldo di Largo san Michele (porta nova). Al castello si accedeva da Vico Adesi, svoltando sempre a sinistra, con una gradinata su uno spuntone  roccioso che avvolgeva il fabbricato tra Corso Vittorio Emanuele, Via Dei Bastioni e si dirigeva verso nord dove alla metà di Palazzo Toraldo; sulla destra c’era l’ingresso del castello che si alzava su un picco già prominente rispetto al pianoro di Tropea. Questo era inclinato verso nord, sul lato sud aveva una cresta rocciosa che andava ad arco con picchi elevati da porta vaticana all’attuale zona a sud est della cattedrale. Ai piedi di questa roccia c’era un vallo profondo di tale lunghezza oggi tagliato da Porta Nova, che è stato in parte riempito presso porta vaticana. Sul più elevato di questi picchi di fronte all’attuale palazzo Fazzari di via Glorizio, fu alzato il castello le cui mura partivano già da una base alta e solida.

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La sua mole era anche un problema, trovandosi dal lato sud esso ombreggiava Tropea togliendo luce e salubrità.  Lato est tra’400 e il ‘500 fu costruita la Torre Mastra (maestra) e poco tempo dopo la Torre Lunga lato ovest come si vede dal disegno dell’istituto militare storico e di cultura dell’arma del genio in Roma. L’area del castello occupava il sito del corso da Porta Nova a Via Glorizio e degli edifici a sinistra compreso in  parte palazzo Adesi già convento dei domenicani. Si allungava con l’arsenale e la munizione di fronte a porta marina (scala del vescovato) con a sud le mura di Belisario. Dopo il terremoto del 1783 il Sintes, aveva redatto un piano di riforma della città che prevedeva anche lo spiano di tutta l’area del castello (già diroccato), con le torri accanto, mentre salvava il costruito intorno a cui si aggirava la scala. Tuttavia le istanze dei Patrizi e Onorati di Tropea, proprietari delle case da abbattere per rendere la citta’ piu’ salubre e sicura, bloccarono quasi tutto. Si creò Largo Galluppi e porta nuova e soltanto dopo un secolo si sventrò in fondo, da nord fino all’affaccio. Su parte dell’area del castello sorse dopo Palazzo Toraldo inglobando lo sperone roccioso in parte spianato e in parte intagliato in forma di mura e vani. Si può  confrontare la pianta di Tropea attuale e quella proposta dal sintes con quella redatta dal Borelli all’inizio dell’800 come rilievo di fatto; Ermenegildo Sintes ingegnere della Real Corte di Napoli, mandato in Calabria con altri tecnici dopo il terremoto del 1783, ci ha lasciato la pianta di riforma per Tropea e per le torri da Zambrone a Nicotera uno schizzo a penna su carta, ai fini del loro restauro, segno che il periodo pirateria non era terminato. Documento prezioso, culturale e scientifico, che si trova in parte ne “il progetto della forma” del prof. Ilario Principe, gangemi editore napoli 1985. Sulla figura si legge: Tropea con suoi nuovi larghi e piazze. Spiano di castello ed apertura di nuova porta di città con nuove case adiacenti. D’ordine regio eseguito. In seguito l’area spianata subì diversi passaggi tra Napoli e Tropea e fu acquisita da una delle famiglie Toraldo che nel corso dell’800 vi edificò l’attuale palazzo Toraldo di Largo San Michele. Nei documenti pubblici e privati c’e’ la spiegazione.

Sulla strada Tropea-Spilinga, al km 4, c’e’ Santa Domenica di Ricadi. Sotto la stazione dentro la discoteca rebus c’è  Torre Bali, sempre piu’ in pericolo. C’è la volta del piano terra e la scaletta di accesso che sembrerebbe portare al primo piano. Lo schizzo del Sintes, presenta le arcate di accesso lato sud che potevano avere anche il ponte levatoio come anche altre torri.

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Essa guardava il castello e le torri di Tropea che difendevano lo stesso, le quali vedevano quella di Zambrone. Proseguendo prima del torrente Ruffa o Vaticano, (a destra c’e’ l’ingresso del villaggio turistico Stromboli), dopo 500 m di strada c’è Torre Marino con due torrette laterali. Non doveva essere così la torre originaria, l’attuale situazione si e’ determinata verso la fine dell’800. Essa ha i merli arabi ed e’ adibita a residenza estiva. Essa vede a nord Torre Bali, a sud Torre Ruffa o Gisetta sul lato sinistro del torrente e vedeva anche torre del Capo Vaticano che doveva trovarsi tra torre Ruffa e il crinale di Capo Vaticano lato nord sul pianoro della spiaggia del tono dove esiste una casa detta “torre” che se non è certo una fortezza rivela comunque un carattere robusto per il tempo e il luogo in cui è sorta. Superando il torrente Ruffa si arriva alla medesima torre seguendo a destra le indicazioni dei villaggi turistici Limoneto, Robinson e Roller ed a sinistra dell’ingresso dell’ultimo villaggio citato, la piccola salita dopo 400 metri conduce alla torre. Torre Ruffa è una torre tronco piramidale del tardo periodo vice regnale. il piano terra, quello esistente, e’ formato da due muri a nord e a sud che si congiungono in una lamia e le arcate est e ovest sono murate a parte. i muri sono molto spessi e l’interno e’ piccolo. Al piano superiore si accede con una scala ricavata dentro la viva muratura dal lato sud che presenta un’apertura per la luce. Del primo piano rimangono i muri per l’altezza di circa un metro.

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E’ chiara la dislocazione dei punti di avvistamento e anche la probabile posizione degli apprestamenti difensivi. E’ inserita nel complesso turistico Roller Club, ai cui uffici si può chiedere di accedere. Essa vede la spiaggia del tono, la foce del Ruffa fino a torre marina. Essa può anche diventare un piccolo museo per gli ospiti del villaggio stesso.

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Sulla strada per il tono sotto la stazione di Ricadi esisteva Torre Vaticano forse nel sito dell’attuale”torre”.

Proseguendo dopo il passaggio a livello si svolta a destra verso Capo Vaticano e alla biforcazione dopo l’Hotel Gattopardo si svolta a sinistra e dopo circa 500 metri, girando a destra si trova uno spiazzo che e’ il sito della Torre di Santa Maria di Loreto prima del villaggio Calispera, che presentiamo nello schizzo del sintes in quanto i suoi pur consistenti ruderi negli anni 50′ furono smontati per fondo della strada della torre.

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Di fronte al sito di questa torre lato sud e prima di capo spinoso, dietro l’attuale statua, su un poggio c’era il fortino di Santa Maria con accanto una sorgente d’ acqua. Al suo posto oggi c’e’ una villa e forse rimane qualche parte delle mura.

La “regina” delle torri della zona è Torre Marrana.

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Proseguendo per ricadi dopo S. Nicolo’ e Brivadi c’è un opportuno segnale turistico che la indica, con una strada di fatto costruita apposta; sulla sinistra si arriva alla torre che si trova su uno sperone di roccia tufaceo che è stato mal ridotto per una cava di pietra che alimentava una fornace per calce ancora esistente. Essa era il vertice che collegava le torri di Santa Maria, Capo Vaticano, Torre Ruffa, e, forse, considerando le altezze originarie, anche Torre Marino e Torre Galli all’inizio della piana del poro, dopo Caria di Drapia. Per le manomissione della sua base e’ in grave pericolo, e si consiglia d’ intervenire in tempo per una sua ristrutturazione vista la recente “acquisizione” da parte del Comune di Ricadi.

Proseguendo per la strada per Nicotera, dopo Coccorino c’è Capo Spinoso, dove la strada corre su un costone del contrafforte. Qui c’era a quota 467 la Torre Coda di Volpe che collegava Torre Santa Maria e Torre di Joppolo e vedeva anche torre Mesima. Le tecniche di rilevamento satellitare potrebbero rilevarne il sito. Proseguendo per Joppolo lato sud per Nicotera si svolta a sinistra e dopo il sottopasso stradale ferroviario si arriva sul lungo mare ciottoloso ed a sinistra dove la costa si alza, si vede la Torre di Joppolo del XIV secolo e quindi angioina, che si trova nel comune di Nicotera.

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Essa è circolare con ingresso al primo piano lato est per mezzo di scala esistente. All’interno del primo piano ci sono le aperture di avvistamento e lato sud c’e’ la scala d’accesso alla torretta superiore, dentro il muro stesso. Qui si può ben notare come i muri lato mare sono più larghi e forti di quelli lato terra, appunto per resistere meglio a eventuali tiri di artiglieria dal mare stesso. E’ visibile il focolare caminetto dentro il quale di giorno si provvedeva a provocare il fumo che la canna fumaria portava in alto come segnale, mentre di notte bisognava accedere in cima ed accendere il fuoco. Tutto questo, prescritto nei modi e nei termini, presuppone una scorta di tutto il necessario, legna, acqua, viveri per cui di solito veniva utilizzato il piano terra qui adesso in parte interrato. Questa torre ha bisogno di interventi di restauro conservativi e di una creazione intorno di una fascia di rispetto di almeno 300 metri, perché non venga oscurata dal cemento perdendo così il suo slancio che trasmette sicurezza e snellezza. Essa corrispondeva con capo spinoso e con torre mesina. La parte antica di Nicotera ed il suo castello vedono chiaramente il mare sottostante fino allo stretto di messina(faro) e certamente furono anche punto di osservazione. Ma di notte le spiagge basse come e’ quella da Nicotera, fino alle prime alture che portano a palmi, erano invisibili ed occorreva un pattugliamento a vista anche con cavalli lungo la spiaggia ed appostamenti nell’oscurita’ con parola d’ordine.

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Per questo a Nicotera marina esisteva la casa di guardia con la stalla i cavalli ed il dormitorio per i cavallari che svolgevano opera di controllo della spiaggia con relativi turni di servizio avendo come appoggio la stessa casa.

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Si riproduce qui la pianta ed il prospetto del Sintes facendo notare che da una ricognizione ripetuta sul posto e dalle informazioni ricevute non e’ stato possibile stabilire quale delle attuali case sul lungomare di Nicotera marina corrisponde a quella in figura. Diverse case sul lungomare hanno la tipologia richiesta ma le alterazioni subite nel tempo non permettono in questo momento di identificarne una. Qui finisce la prima parte dell’itinerario e la marina di Nicotera può offrire riposo e ristoro.

Seconda Parte

Partendo da Tropea verso nord si attraversa Parghelia e piu’ avanti sulla 522 c’e’ la stazione di Zambrone. Poco prima deviando a destra si sale verso il centro, prima del quale, in località detta “il torrazzo” c’era la Torre di Zambrone, in un punto trigonometrico dal quale si vede Tropea ed il mare fino a Lamezia.

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La torre si presentava come nello schizzo riprodotto del Sintes dopo il 1783. Oggi non c’e’ piu’ niente, il sito o è una villa chiusa oppure occupato da un altro ripetitore, non più con fumo e fuoco, ma con onde radio.

Continuando verso Briatico, dopo il ponte sul Potame, a sinistra su uno scoglio tufaceo ci sono i resti di Torre S.Irene in territorio di Briatico. Per visitare il rudere bisogna fare attenzione ai bordi della rupe ed anche ai dislivelli del terreno intorno. Nel sottostante mare c’e’ lo scoglio della galera che da’ questo secondo nome alla torre stessa. Tale scoglio piano si ritiene essere stata una peschiera romana. Prima di Briatico sempre verso il mare c’è la Torre Imperiale o cocca, nel fondo omonimo, ma non esiste traccia da gran tempo. Nel porto di Briatico, c’è invece la Rocchetta, oggi protetta dal mare da massi riposti intorno ad essa e per la quale e in corso un progetto di restauro.

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Da quadrangolare è diventata un esagono irregolare per la giunta di un corpo a punta lato terra. Più avanti, a Punta Safò, sorgeva Torre S.Nicola del porto (ipponion). Non rimane traccia: i ruderi sono stati asportati o sono stati sopravanzati dal mare come sostiene qualche marinaio. Entrando nel territorio di Vibo marina (zona industriale), prima del nuovo pignone, una stradina a destra porta al Castello di Bivona che si adagia placido e imponente nella campagna.

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Il maschio (fortezza principale) del 12° secolo e’ stato rinforzato da una cinta muraria rettangolare di 35×24 alta 15 metri. Ad ogni angolo di questa cinta c’è una torre circolare con un piano interrato, un piano terra e due piani superiori. Era collegato al porto con un canale, del quale era anche presidio e fortezza e smessa nel tempo la funzione difensiva è servito a diversi usi civili e religiosi. Oggi eè abbandonato. Andando avanti sulla vecchia litoranea, prima del cementificio, a destra, c’e’ la Torre di San Pietro di Bivona, a forma circolare del 14° secolo. Essa è  “inghiottita” in una villa dai gusti deprecabili per la sua fruizione. Sulla stessa strada, più avanti a sinistra, c’e’ un complesso di case popolari. Durante i lavori per la costruzione di tali alloggi è emersa la Torre di Praia, invano nel tempo cercata. Essa e’ circolare, indicata nella cartografia tradizionale ed era a difesa del lato sud del porto di Santa Venere (attuale porto di Vibo Valentia). Questo nome aveva invece la torre lato nord del porto che potrebbe affiorare in seguito a qualche lavoro di sbancamento, sempre che non sia già sotto le fondazioni di qualche edificio.

Lasciando Vibo Marina a poca distanza verso località Angitola c’è la città di Pizzo. A sinistra all’entrata dell’antico centro incastrato fra le due torri circolari c’e’ il Castello di Pizzo di fattura aragonese.

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Esso guarda verso il porto di Santa Venere e l’ omonima torre, non ancora individuata. Si specchia nella marina verso la stazione. Custodiva l’accesso sud a Pizzo, stretto fra la torre ed il costone naturale, dove oggi passa appena la strada contorta che attraverso Pizzo raggiunge l’Angitola. L’attuale livello stradale, ha interrato il piano terra del complesso difensivo, come dimostrano i recenti lavori di restauro. Esso viene chiamato anche castello di Murat, perché al suo interno venne rinchiuso, processato e fucilato l’ex principe Francese, nel vano tentativo di riconquistare il regno dopo la caduta di Napoleone. Attualmente oltre che ai locali superiori del castello si può accedere al piano superiore della torre lato mare, detto anche cella di Murat. Gli spazi dentro il castello vengono adibiti a mostre. Le illustrazioni, presentano le vedute attuali, mentre i disegni evidenziano la pianta del complesso dalle fondazioni al tetto. Prima fu costruita la torre angionina e dopo il 1480 fu ampliata con il castello aragonese costruito con il lavoro forzato degli abitanti della zona ed anche di Rocca Angitola.

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Alla foce dell’Angitola c’era la medesima torre, non rintracciata perché o da tempo diroccata o sepolta sotto i detriti del fiume stesso.

Arrivando al bivio Angitola, si segue la vecchia statale 19 dir, che si snoda ai piedi delle colline e confluisce nella superstrada dei due mari presso ponte Calderaro sul fiume Amato. Dopo km 5 sulla destra c’e’ Torre Masdea nel comune di Francavilla Angitola segnalata da una lapide sulla facciata. All’esterno sembra una semplice baracca, ma e’ una torre di campagna che controllava quella che allora era l’unica strada del tirreno.

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Qui finisce la provincia di Vibo Valentia, ma solo per rendersi conto, per analogia, del sistema “torre e fortino di Santa Maria di Ricadi, oggi inesistenti, si consiglia di sconfinare con la deviazione a sinistra vicina a Torre Masdea, nel comune di Curinga dove al km 416.5 della Strada Statale 18, a sinistra lungo la stradina verso il mare, ci sono i resti poco curati del Fortino di Mezza Praia, mentre poco più avanti della statale, guardando a sinistra, si vede l’omonima Torre, che appare ben delineata ed ombrosa tra gli aranci. A questo punto si può ritornare al bivio Angitola e percorrendo la S.S 110 per le Serre dopo 3,6 km si gira a destra nella stradina di campagna, dove in fondo c’è la fattoria Galati. Da qui bisogna proseguire a piedi verso la cima della collina che sta davanti. Vale la pena: ci si trova di fronte agli imponenti ruderi della casa dirupata estesi su una vasta superficie. Era una fortezza attrezzata da tutti i punti di vista. Essa era l’antica Crissa Focese, poi Rocca Niceforo e Rocca Angitola che ebbe una funzione militare importante come centro amministrativo e militare con tutti i villaggi e casali circostanti tra cui Maierato e San Nicola che da essa prese il nome “da Crissa”. Si presenta con ruderi imponenti per la posizione e per la loro estensione. A proposito di vista, da qui c’è una visione bellissima del lago Angitola, che circondato di verde, si presenta dall’alto con un azzurro forte, quasi plumbeo, articolandosi nel suo ramo verso Maierato. Luogo ideale per un sano agriturismo.

Il Castello di Vibo Valentia

Per il castello di Vibo Valentia va fatto un discorso a parte. Esso non va inserito in un itinerario: accoglie il museo che ripercorre attraverso vari oggetti rinvenuti e che si riferiscono ai vari popoli della Calabria, indigeni o qui arrivati nei secoli (soprattutto le colonie greche), parte della nostra storia. E’ necessaria una vista mirata all’architettura esterna ed interna della fortezza come si e’ sviluppata dai Normanni ad oggi con le torri e le porte. Ancora discorso a parte per quanto esposto negli spazi interni: la fruizione del museo presuppone un minimo di conoscenze varie e del relativo linguaggio che lo presenta. Per questo è opportuno recarsi con calma e possibilmente con una guida che ci segua con le necessarie informazioni e spiegazioni su quanto si vede esposto in forma ordinata.