I racconti di Umberto Donato: l’angelu pavareju ovvero l’angelo povero

umberto-donato.jpgUmberto Donato è un amico, di quelli che l’amicizia la vivono e la sentono dal profondo del cuore, come il sentimento più alto  della sfera dei sentimenti inseriti nell’ontologica essenza dell’uomo: l’amore, il rispetto, la lealtà, la tenerezza, la passione, la pietà. Per i classici e non solo per essi, penso in questo momento a Cicerone, a S. Agostino, ad Ovidio, l’amicizia è qualcosa che travalica e supera tutti questi nobili sentimenti. Gesù di Nazareth chiamava amici i suoi discepoli, i suoi genitori, il suo popolo. Ed è questa considerazione, questo pensiero, questo sentimento reciprocamente vissuto, che mi ha indotto oggi a rompere gli indugi e pubblicare anche su questa piattaforma, i racconti straordinari, toccanti, ben scrittti, bellissimi, che Umberto Donato, dall’ “alto” della sua straordinaria generosità e della sua assoluta sensibilità umana, ha voluto cedere anche a noi. Ma chi è Umberto Donato oltre ad essere un amico? Come l’ho conosciuto? La vita gioca con noi; a volte ci combina brutti scherzi, a volte invece gli scherzi sono piacevoli.  In questo caso, lo ‘scherzo’ dell’incontro è stato piacevole e bellissimo, fuor da ogni metafora. Fisicamente non conosco Umberto, non gli ho mai stretto la mano, anche se vive a 30 km a Nord di Tropea, nella sua Pizzo. Lo farò presto, si capisce. Ci siamo conosciuti tramite il web, tramite quell’uomo dalla maglietta rossa a cui questo blog deve tanto. Sto parlando di Guglielmo Lento e del suo diario. Insieme a me, a Caterina Sorbilli e allo stesso Guglielmo, Umberto collabora con il blog siciliano di Fascioemartello. Ed è lì, su quelle pagine, che l’amicizia di cui dicevo si è consolidata in questi mesi. Ed è lì che questo racconto e gli altri racconti di Umberto sono stati pubblicati. Non saprei come definire Umberto Donato dal punto di vista letterario. Se un poeta, un narratore, un romanziere o altro. Non saprei come “inquadrare” in una definizione la sua arte poetica e letteraria. So solamente che i suoi racconti mi hanno commosso, mi hanno fatto sorridere, mi hanno fatto ritrovare. mi hanno fatto pensare.  Questo a me basta per dirgli che è un grande narratore, oltre ad essere un grande uomo. Per quanto riguarda il suo  “curriculum vitae” credo che sia sufficiente riportare quanto di se stesso scrive sulla pagine di fascioemartello:

Mi chiamo Umberto Donato e il film che preferisco (occorre che lo dica?) rimane in ogni caso “quello di De Sica”. Son Calabrese Puro e nacqui un dì colà dove nell’Ottocentoquindici venne a morir Murat. Ho gli anni che ho, più quelli che dimostro…e ciò sanno molto bene mia moglie e il Padre Nostro. Ho fatto nella vita il maestro “alimentare”, nel senso che ho avuto 3 figli da sfamare… Nei lontani anni ’70 (e non è certo una balla…) ho fatto il paroliere con Ron e Lucio Dalla. Ho poi scritto su “Repubblica” per 5 e passa anni…causa prima ed ultima dei miei neuromalanni…Della Satira però appresi davvero tutti i trucchi ed il mio Maestro Massimo è stato un certo…Bucchi… Di rinverdir quei fasti or dunque io sperando, eccomi qua con Voi, che ancora ci sto provando…Scusate, se potete, questo sfogo verseggiato, mentre saluto e resto il Vostro Umberto Donato.

Presto, anche per te e Caterina, un diario e un banner come quello di Gugliemo che possa raccogliere tutti i racconti, le poesie, gli scritti che vorrai e vorrete pubblicare. Intanto gustiamoci questo racconto che è straordinario…grazie di cuore.

L'agiulu pavareju.jpgL’ANGELU POVAREJU

di Umberto Donato

Ogni venerdi, puntualissimo, alle 13.00 precise, quali che fossero il tempo e la stagione, bussava alla porta di casa mia e tutti noi di famiglia, dentro, sapevamo con assoluta certezza che era lui e soltanto lui. Lui e nessun’altro. Tanto era inconfondibilmente unico il suo modo di bussare, timido, debole, delicato, come una rondine stanca che battesse le ali contro il legno antico, massiccio e nodoso del nostro portone. Senza mai usare né il vecchio batacchio di ottone pesante e né il più “moderno” campanello elettrico. A quell’ora, di solito, come ogni giorno, in casa mia si stava pranzando, ma, a quel frullar d’ali settimanale, tutti noi commensali, mia madre, mio padre, io, mio nonno e mia zia, scattavamo in piedi come un sol uomo, per nulla infastiditi, anzi come sollevati dall’ansia di quell’attesa che, finalmente veniva disciolta…Ognuno di noi conosceva il suo compito, per ormai consolidata abitudine e i nostri movimenti erano quindi guidati da automatismi  ben coordinati e precisi…

Mia madre e mia zia si mettevano a smarmittare in cucina per preparare un vassoio con tutte le pietanze fumanti del nostro pranzo di quel giorno…Mio padre e mio nonno andavano quasi sempre a rovistare nei loro armadi alla ricerca di qualche loro capo d’abbigliamento, dismesso ma in buone condizioni…ed io…Ed io, unico bambino decenne di casa, veloce come un topino di campagna, correvo, raggiante, ad aprire la porta…

…E il miracolo, come ogni venerdi che Dio mandava in Terra, da anni, puntualmente si ripeteva…Infatti, l’Angelu Povareju, così lo chiamavamo, era lì…E lo vedevi come sempre, forse ottantenne, irrimediabilmente chinato, quasi spezzato in due per la scoliosi devastante che l’affliggeva, provare faticosamente a raddrizzar la schiena per guardarti…Con panni lisi e rattoppati all’inverosimile, ma lindissimi…con una vecchia bisaccia di tela sulla spalla…con un bastone rustico e storto…con una berretta sdrucita che lui levava, aprendo le braccia con l’armonia universale d’un Vecchio Cristo che ti voglia portare con sé altrove, non importa dove…e…E con i laghi azzurri, immensi e sereni e mansueti come agnello sacrificale dei suoi occhi, che finalmente ti fissavano, ti trapassavano il cuore e ti leggevano nella mente, facendoti vibrare l’anima come un’arpa di paradiso. Aveva una cascata di capelli lisci, candidi come neve immacolata di montagna e rughe profonde, arate dal tempo impietoso sul suo volto. E sorrideva, sorrideva circondato quasi da una sorta d’aura luminescente… Io, facendo fatica a staccarmi dai suoi occhi, dal suo nitore spirituale, rispondevo muto, con un cenno del capo, al suo muto saluto e lo invitavo ad accomodarsi nell’ingresso di casa. Ma lui, come ogni volta, immancabilmente si schermiva, si rifiutava, a gesti leggeri ed eleganti e si sedeva invece sul “passetto” del pianerottolo di casa nostra. Deponeva con cura le sue povere cose accanto a sé ed emettendo un sospiro profondo che abbracciava il mondo, si segnava nel nome di Cristo Gesù…Io, con l’anima tra le nuvole, andavo a prendere le due monete da dieci lire che nonno aveva certamente già messe per lui nel solito piattino di rame, sulla sua scrivania, e gliele porgevo…

Muto e tremante di una gioia pura e innocente che, ora lo so per certo, nessun’altra persona o situazione mi avrebbe mai più regalata poi, così intensa, nella mia vita.

…E subito dopo questa nostra principiale, intima comunione d’anime, tra me  e lui, seguivano gli Atti degli altri  caritatevoli Apostoli di famiglia.

Mamma e zia gli porgevano, quasi con devozione e con gli occhi velati di lacrime, il vassoio con i cibi fumanti…Lui baciava il pane e poi lo conservava nella bisaccia di tela. Lo stesso faceva con la mela o la pera o altro frutto e se il tipo di secondo piatto lo consentiva, lo metteva pure da parte…in carta oleata. Mangiava subito solo il primo e, ad ogni cucchiaiata, i laghi azzurri, immensi e sereni e mansueti dei suoi occhi lodavano Dio, ma di certo anche mamma e zia per le loro doti culinarie…Nel frattempo, papà e nonno, trionfanti come atleti alle olimpiadi, spesso ci raggiungevano sbandierando felici i loro panni smessi, ma in buono stato…E ,a volte, porgevano anche vecchie scarpe, ma sempre più che decenti.

E tutta, tutta la mia famiglia, allora, lo attorniava come un protettivo bozzolo umano, amandolo, di cuore e di mente, in un silenzio assoluto e sospiroso…con la certezza piena di essere altrettanto riamata da lui…

L’Angelu Povareju, a questo punto, ci guardava tutti, noi in semicerchio adorante attorno a lui, uno a uno…e con gli occhi, solo con quegli occhi, ci faceva sentire come abbracciati da un cono di luce che irradiava pace…e soltanto pace. Non parlò mai lui e non parlò mai alcuno di noi. Poi, con una dignitosa riverenza, allargava le braccia come a benedirci, si alzava a fatica, povera rondine spezzata, raccoglieva le sue cose  e si avviava, lentissimamente, per ridiscendere la prima rampa delle scale di casa nostra. Prima di sparire al nostro sguardo, ci carezzava ancora l’anima fugacemente, con il raggio azzurro dei suoi occhi e spariva…Mentre i miei tornavano, come in trance, a tavola, io, che forse più di tutti non capivo se fosse trascorso un secolo in un attimo o un attimo in un secolo, correvo ad affacciarmi a uno dei balconi di casa e continuavo a seguirlo con lo sguardo, finchè non scompariva alla mia vista…Più d’una volta ebbi la sensazione netta e chiara e precisa che qualcosa di azzurro continuasse a fissarmi da lontano…anche quando ormai non lo scorgevo più…

Poi, poi…senza alcun preavviso, così, all’improvviso, l’Angelu Povareju, sparì dai nostri occhi e dalla nostra vita…Ed ognuno di noi si sentì più solo e più al buio dentro..

Poi, poi…senza alcun preavviso, così, all’improvviso, l’Angelu da casa,mia madre, sparì dai nostri occhi e dalla nostra vita…Si accartocciò in pochi giorni come un passero denutrito…Morì senza un lamento, in pace con se stessa e col mondo, continuando solo a chiederci, insistentemente, con un filo di voce, fino all’ultimo soffio di vita,… di fare accomodare e di far mangiare l’Angelu Povareju,che secondo lei se ne stava lì davanti, come una rondine spezzata, ai piedi del suo letto di morte.

Accarezzandola, in sorridente silenzio, con i laghi azzurri, immensi e sereni e mansueti dei suoi occhi di luce.

3 pensieri riguardo “I racconti di Umberto Donato: l’angelu pavareju ovvero l’angelo povero

  1. bellissimo ed emozionante questo salto nel passato. Oggi sembra quasi assurdo aprire la porta ad uno sconosciuto a “nu povireu” eppure era usanza e buona crianza farlo solo pochi decenni fa. il mondo cambia purtroppo!

  2. …Lucius, non sum dignus!

    Eccome se lo sei!!!!! Il più degno di tutti, perché angelu pavereju con gli occi pieni di luce e parole piene di speranza e d’amore. Poi anche per altre cose…ma ne riparliamo…

  3. Emozionante e semplice, racconto che si legge con l’attenzione rivolta all’uscio di casa. Per paura di non sentire l’angelo bussare.

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