Una vittoria al giorno sulla “nostra” ’ndrangheta

354816030.jpgTempo fa, credo almeno vent’anni fa, un sacerdote trentino, di cui avevo e nutro tutt’ora un’immensa stima ed il cui ricordo è sempre vivido, nell’ambito di un tranquillo colloquio pomeridiano in quel di Corvara sulle Dolomiti mi fece una domanda, lui a me per la prima volta, visto che era solito invece ricevere le mie di domande: Lucio – mi disse – sapresti dirmi la differenza che passa tra un rivoluzionario ed un santo?

Da subito capii che era una domanda paradossale, una domanda la cui risposta rimandava di sicuro ad una morale, che ad esse sottendeva di certo un’indicazione per l’intelligenza e per la riflessione. Ma non seppi rispondere prontamente, non avevo la risposta. Ci pensai per qualche minuto annaspando qualche accenno, ma alla fine mi arresi e chiesi a lui di svelarmi tale differenza. E lui a me: vedi Lucio, un rivoluzionario, nella sua indole, nel suo spirito, nel suo convincimento più profondo e vero, tenta di cambiare il mondo che lo circonda, con le armi e convincendo il popolo alla sommossa, un santo fa al contrario, tenta di cambiare se stesso e così facendo, interagendo col mondo, rapportandosi al mondo, vivendo nel mondo, lo cambia con il suo esempio, perché è lui ad essere cambiato con la preghiera e con la santità.

Sconvolgente per me quella risposta che per anni mi sono portato dentro come una sorta di demone al contrario, come una sorta di guida interiore. Insomma quella risposta si impresse così tanto nella mia memoria, nel mio spirito, con la sua straordinaria quanto semplice verità, che non solo ancor oggi me la ricordo, ma che in qualche modo ha inciso e cambiato tante cose nella mia vita, nella mia indole, nella mia irruente ed impulsiva voglia di cambiare il mondo, le sue storture, le sue contraddizioni, col metodo della rivoluzione, pensando e credendo che dovevano essere sempre gli altri a dover cambiare per primi e poi, solo dopo anch’io. Erano i miei anni più difficili e lui, da grande sacerdote e conoscente dello spirito e del cuore del prossimo, aveva colto nel segno. Santo non sono diventato nel frattempo, ma nemmeno rivoluzionario, così come, con molta probabilità mi apprestavo a diventare da lì a poco tempo.

Ieri mattina, sulle pagine del Quotidiano della Calabria, Luigi Maria Lombardi Satriani, nei suoi ‘ossimori’ settimanali pubblicava una serie di riflessioni che in qualche modo hanno richiamato alla mia memoria quell’insegnamento, quella morale, quella paradossale verità contenuta in quella semplice riflessione, in quella quasi scontata, ma di fatto per nulla scontata risposta. Per chi non avesse potuto leggere questa pagina di estrema concretezza, di verità, di stimolo e di riflessione, presente nel Quotidiano di ieri, lo può fare di seguito. Mi perdoni Satriani e la redazione del Quotidiano se di tanto in tanto ‘attingo’ dal loro giornale qualche articolo.

Nelle riflessioni di Satriani, ritrovo, soprattutto nel finale, tutta quella verità, tutta quella morale: per tentare di operare nel segno della giustizia, nel segno del rispetto, nel segno della lotta alla ‘ndrangheta occorre per prima cosa cambiare se stessi, occorre per prima cosa uccidere la ‘nostra’ ndrangheta, quella che c’è in ognuno di noi. Ci riusciremo? Non saprei cosi come non saprei rispondere alla domanda finale di Satriani, se quella domanda che lui pone possa avere una risposta affermativa o negativa netta. Io credo nella capacità dell’uomo di trasformare le cose ed il mondo, di essere artista ed artigiano dell’amore e delle cose belle. Credo nella volontà della persona, nella sua straordinaria forza interiore. Credo inoltre che quei quarantamila nelle vie di Reggio Calabria non erano una finzione, non erano a Reggio Calabria per caso o per costrizione. Erano lì, chi più chi meno, credendo che la ‘ndrangheta non è imbattibile, così come lo credeva Falcone, così come lo professavano tantissime altre persone che per questo credo, per questa convinzione, erano disposte a lasciarci la vita e poi, ahinoi, per molti di essi è successo per davvero. Se poi, quella lezione che il prete trentino diede a me vent’anni fa è ancora valida, se quella risposta è vera com’è vera, oggi come allora, come ogni Utopia che si rispetti, come ogni sogno, come ogni desiderio profondo, prima o poi diverrà realtà così come la santità per chi la cerca e la persegue con tutto se stesso. Buona lettura.

1440567562.jpgLa grandiosa manifestazione contro la ‘ndrangheta di sabato scorso ha affermato senza alcuna ombra di dubbio la decisa volontà di migliaia di associazioni, enti, appartenenti alla società civile e importanti articolazioni di essa, di una lotta sempre più efficace a questa ‘nostra’ organizzazione mafiosa che sta erodendo la vita delle nostre comunità, il loro tessuto socio-culturale. C’è da essere profondamente soddisfatti.

A partire dal direttore di questo nostro giornale, Matteo Cosenza, che ha lanciato l’idea in un editoriale più volte richiamato nelle scorse settimane, da noi tutti collaboratori di esso, animati dalla volontà di contrastare un fenomeno la cui carica di disgregazione si espande con effetti devastanti nei diversi ambiti della nostra esistenza, agli enti e alle associazioni, ai singoli cittadini che il 25 scorso hanno elevato la loro ferma protesta per quanto soffoca la vita in questa nostra desolata regione. È possibile pensare che in una manifestazione così ampia ci siano state presenze che invece di protestare dovevano essere destinatarie della protesta, oggetto di essa, ma non deve essere, questo, motivo per svalutare quanto è avvenuto.

In altra epoca si sostenne che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. In maniera analoga si potrebbe sostenere che tali presenze confermano che i valori dominanti nella società calabrese siano la volontà di un’efficace lotta alla’ndrangheta, e, conseguentemente, l’impegno radicale contro di essa. Da questo punto di vista la soddisfazione può essere piena: non è detto che la ricchezza e il potere giustifichino sempre e comunque persone, atteggiamenti, situazioni; se questi sono frutto di militanza criminale vanno condannati in nome di un quadro di valori superiori. Questo, almeno, sembra essere la opinione comune che circolava nella manifestazione di sabato scorso.

Nonostante tutto ciò, si profila oggi un rischio di cui è bene essere consapevoli, per elaborare cautele adeguate. Ci si può convincere, da parte di alcuni, che la manifestazione del 25 settembre, proprio perché riuscita al meglio, sia il massimo che si potesse raggiungere e che ormai, avendo già “dato”, non occorra far altro, per cui la ‘ndrangheta risulta di fatto sconfitta, solo perché così abbiamo gridato che fosse. Equivoco pericoloso che può soffocare la nostra coscienza ed è contro un fraintendimento simile che bisogna approntare al più presto un antidoto.

Il male non sparisce dal nostro orizzonte solo perché lo condanniamo, la realtà non sempre concreta inevitabilmente i nostri desideri. La manifestazione del 25 settembre è stata forma conclusiva di un appassionato fervore operativo, di un gigantesco lavoro organizzativo, ma essa deve essere punto di partenza di un processo ancora più gigantesco e che deve protrarsi nel tempo.

La lotta alla ‘ndrangheta va fatta nell’evento eccezionale e nella quotidianità, nei giorni festivi e in quelli feriali, nelle forme clamorose, se necessarie, che attirano i riflettori dell’attenzione pubblica e di quella mediatica, e in quelle sommesse, minute, di cui quasi nessuno si accorge, di cui nessuno parla, ma che costituiscono la trama di successi locali, che rendono possibile il necessario rifiuto di qualsiasi modalità complice, connivente.

Dobbiamo, dopo il 25, pretendere che tutti i responsabili degli Enti pubblici, che hanno solennemente partecipato al corteo, testimonino il loro impegno negli ambiti istituzionali e territoriali nei quali operano; devono mostrare concretamente nella loro quotidiana attività di amministratori, di uomini politici, tale proclamata loro volontà. Bisogna evitare persino il sospetto che alcune solenni dichiarazioni di amministratori e uomini politici siano pronunciate quale luogo comune che è doveroso ripetere, ma senza alcuna conseguenza pratica, senza alcun costo personale da pagare, inutile orpello atto ad arricchire il proprio profilo senza impegnare in alcun modo il tribuno demagogo. Gigantesca truffa ideologica, smisurata mancanza di rispetto nei confronti di quanti hanno creduto in buona fede alle parole proclamate, enfatizzate solo per fare bella figura, senza che fossero animate da reale passione, da onestà di intenti.

L’elencazione di testimonianze di un atteggiamento siffatto potrebbe essere estremamente ampia, segno drammatico dell’abisso tra il piano del dire e quello del fare, con buona pace dell’attuale esaltazione, essa stessa retorica, della ‘politica del fare’ che caratterizzerebbe l’azione del Governo.

Abisso tra dire e fare che, comunque, non è caratteristica esclusiva del Governo e della maggioranza parlamentare che sinora lo sostiene, ma che è gloriosamente condiviso anche dalle altre forze politiche. Occorre chiedere che la Chiesa con i suoi rappresentanti ufficiali, vescovi e parroci, condanni nella maniera più netta la prassi e la mentalità mafiose perché incompatibili radicalmente con il messaggio cristiano dell’amore per tutti gli uomini; occorre che tale incompatibilità venga ripetuta nelle omelie durante le funzioni religiose sino a raggiungere sia i mafiosi che i loro familiari, che devono essere indotti a scegliere senza che siano praticabili aggiustamenti e composizioni anomale tra valori eterogenei.

Da parte di tutti noi occorre domandarci: quale ‘ndrangheta vogliamo combattere? Soltanto quella che entifichiamo incarnandola nel ‘nemico’ e, quindi, sempre ecomunque ‘altro’? E la mafia che è in noi? Quella che abbiamo, magari inconsapevolmente, interiorizzato?

Quanto nel nostro agire ‘normale’ è ispirato da una mentalità mafiosa e a questa simile? Quanto nella mentalità della società civile è sostanzialmente analogo rispetto a quella mafiosa, anche se di tale analogia non si è in alcun modo consapevoli? In questa prospettiva occorre studiare approfonditamente tale mentalità della società civile, come ho più volte sottolineato in queste pagine. Se vogliamo combattere la ‘ndrangheta fuori di noi, dobbiamo combattere, con uguale determinazione, la ‘ndrangheta che è in noi.

In anni ormai lontani Bertold Brecht affermò che la lotta di classe infuria nell’animo di ciascuno. Forse, per continuare lo spirito del 25 settembre e farlo divenire vita varrebbe la pena realizzare ogni giorno una piccola vittoria sulla ‘nostra’ ‘ndrangheta, su quella interiore intendo, eliminando o almeno attenuando un valore, un atteggiamento, un modello di comportamento, un criterio di valutazione che di fatto si pongono come sostanzialmente simili a quelli della ‘ndrangheta esterna che abbiamo dichiarato, anche in perfetta buona fede, di voler combattere. È del tutto utopistico che tutto ciò accada?

LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI in ‘Ossimori’ rubrica settimanale del ‘Quotidiano della Calabria’

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