PESCA, ALIEUTICA ED USI DEI PESCATORI DI TROPEA

Come già annunciato precedentemente, do seguito alla pubblicazione integrale del saggio di Giuseppe Chiapparo dedicato alla pesca e agli usi dei pescatori di Tropea pubblicato nel 1956 e ritrovato su un opuscolo curato dall’antropologo Vito Teti per la rivista La Spola. Da questo saggio avevo estrapolato alcuni proverbi sul pesce e sulla pesca, in uso sempre in quegli anni, ed ancora oggi usati da qualche pescatore, seppur in modo minore rispetto al passato.

Ricordo altresì, che per leggere l’integrale del precedente saggio basta premere qui.

Per completare il trittico dei saggi di Chiapparo contenuti in detta rivista, pubblicherò da qui a qualche giorno ‘Lavecchia Marineria di Tropea”, ossia il saggio che apre la raccolta e che funge da prologo e da introduzione ai successivi. Buona lettura.

PESCA, ALIEUTICA ED USI DEI PESCATORI DI TROPEA

di Giuseppe Chiapparo
(dic. 1956)

Le barche da pesca usate dai pescatori tropeani sono pressapoco della stessa grandezza, cioè sono lunghe circa sette metri e larghe un metro e cinquanta e la stazza massima di ciascuna di esse è di quattro tonnellate. I remi che usano sono lunghi diciotto palmi. Portano una vela latina ed un polaccone. In uno dei bordi di poppavia sono fornite di un rullo di legno che gira intorno a un asse di ferro e viene detto mangano a vite, sul quale si fa scorrere la “minaita” quando si cala a mare.

Quella parte della ruota di prua che si erge diritta, a disopra dello scafo, termina sorreggendo una palla di legno che vuol rappresentare il globo terraqueo ed accanto ad essa i pescatori attaccano dei rametti di ulivo benedetto che si procurano in chiesa la domenica delle Palme.
Finchè visse l’ultimo carpentiere Pietro Paolo Papaleo le barche da pesca venivano costruite nel suo piccolo cantiere sito alla marina orientale. Oggi i pescatori se le fanno costruire dai carpentieri di Alì, in Sicilia.

In passato le barche da pesca, che appartenevano agli armatori di bastimento, verso la fine di maggio, andavano in disarmo e venivano tirate a secco tra lo scoglio di San Leonardo e la ripa della città, disposte in quattro file, ed ogni fila era detta ndana. Ogni barca porta il suo nome che è quello di un santo o d’uno dei figli o della moglie dell’armatore.

Verso il tramonto dette barche, con gli equipaggi, lasciano la riva per andare ai luoghi di pesca, da dove ritornano il mattino seguente. Durante la navigazione il nocchiero sta a poppa, al timone, ed i rematori stanno seduti ai rimiggi (così chiamano i banchi), anche quando si fa uso della vela. Quando stanno all’ancora in un luogo pescoso, dopo avere appostato la rete, se vi è caligine usano di tanto in tanto segnalare la loro presenza soffiando con forza dentro una conchiglia di tritone (Tritonium nodiferum), appositamente forata all’apice, oppure dentro un corno di bue. Facendo così cacciano un suono simile a quello della sirena di un piroscafo ed evitano i probabili investimenti, specialmente con le navi a vapore. Di notte, per lo stesso motivo, tengono esposto un fanale bianco acceso.

Gli ordigni di pesca che si usano sono vari. La minaita è formata da 18 pezzi di rete a maglie uguali, larghe meno di un dito. Ciascun pezzo, lungo e largo 900 maglie uguali, misura 18 metri. Al lato superiore la rete porta il broma (funicella) a cui sono infilati alla distanza di 15 cm, l’uno dall’altro dei sugheri rotondi che costituiscono il cosiddetto ‘nsuvaratu e servono a mantenere la rete sospesa perpenticolarmente nell’acqua, per la qual cosa al lato inferiore vi è un altro broma, al quale stanno attaccati dei piombi, allo scopo di mantenere in direzione perpenticolare la rete e l’insieme di essi forma ‘u nchiubatu.

La mattina, di buon’ora, le minaite ritornano dalla pesca ed i pescatori, prima di andarsene alle loro case, stendono lungo la spiaggia la rete per farla asciugare ed alcuni di essi rimangono a riparare gli strappi inevitabili.

Lo sciabacheju (sciabichello) è fornito come di un sacco, detto “manica”, a maglie strettissime. Dalla bocca di esso si partono i mappitti lunghi da cinque a sei metri le cui maglie al principio sono di grandezza uguale a quella del sacco e gradatamente si vanno allargando. Ai mappitti succedono i voparoli, formati da duecento maglie, ciascuna delle quali è larga quattro dita, e sono lunghi venti metri; ad essi seguono altri venti metri di rete, formati da cento maglie, ciascuna larga un palmo; seguono altri venti metri di rete, la cui maglia è larga un palmo e mezzo.
All’estremità di esse ci stanno le chiavi che consistono in due mazze di legno, da cui si parte la corda di canapa oppure di gutimu (sparto), la quale è lunga diciotto braccia, e serve a tirare dal lido lo sciabachello.

Spesso detta corda si allunga di altri tre o più netri. La sciabaca (sciabica) è identica allo sciabachello, però è di dimensioni maggiori. Veniva usata, come pure lo sciabacone o rohastina, dai pescatori del vicino villaggio di Parghelia, i cui abitanti vengono detti sciabacoti. Sia la sciabica che lo sciabachello si calano a mare di giorno.

La lampara è una rete pressappoco uguale alla sciabica; però la manica viene detta fonti e porta, superiormente alla bocca, dei sugheri ed inferiormente dei piombi, che servono a mantenerla ben aperta quando sta in mare. Per l’uso di essa occorrono tre barche, di cui una più piccola, che porta fuori bordo, a poppa, una grossa lampada a gas di petrolio, onde richiamare con la sua potente luce i pesci. Mentre questa barca se ne sta ferma ad illuminare la superficie del mare, le altre due se ne stanno nella zona buia ed attendono di essere chiamate quando si è raccolta, nella zona illuminata, una buona quantità di pesci.

La lampara fu escogitata nell’anno 1883 dal pescatore Matteo De Gregorio e messa in uso per la prima volta a Massa Lubrense, vicino Napoli. Il cianciolo è una rete nuova per Tropea, introdotta dal pescatore Antonio Gallista, detto pesce in poppa. Essa è superiore alla lampara per la sua praticità di catturare gran copia di pesci. E’ costituita da vari ordini orizzontali di reti, cominciando da quelle a maglie larghe e finendo con quelle a maglia strettissima. Dopo aver attirato i pesci a mezzo di una lampada a gas di petrolio, come quella della lampara, si circonda, col cianciolo, lo spazio dove sono radunati i pesci e, quindi, a mezzo di corde opportunamente disposte, che scorrono in alcuni anelli di ferro, poste in basso della rete, questa viene chiusa catturando i pesci che vi sono incappati.

La squadrara è fornita di sei pezzi di rete, congiunte fra loro, ciascuna delle quali è di sessanta passi (il passo è uguale a un metro e sassanta). Le maglie sono uguali, larghe quattro dita, e l’altezza della rete è di centocinquanta maglie. Si usa per catturare gli squadri (squadrina angelus, Dum.), la pelle dei quali, disseccata, viene usata dai falegnami, in sostituzione della carta vetrata.

La rizza di golari è composta di una rete chiusa che viene calata a semicerchio presso le coste. Dispostala in tal modo, i pescatori lanciano dalle barche pietre nel mare obbligando in questo modo i pesci a correre, fino a costringerli ad ammagliarsi nel cercare una via di scampo. Dal gorgoglio che producono le pietre nel tuffarsi nell’acqua deriva la parola goliari che vale “gorgogliare”.

I rizzi schetti sono delle reti a piombo che si stringono tra due barche. Nel chiudersi il pesce va a mettere capo in una rete a maglia più stretta. Può essere lunga centoventi metri e la sua altezza va dalle centrotrenta alle centocinquanta maglie.

La palamatara è una rete con maglia forte di circa nove centimetri di lato, che si fissa sul fondo a mezzo di pietre appese alla distanza di cinque metri l’una dall’altra, al lembo ineriore, mentre grossi sugheri la tengono tesa verticalmente. Con essa si catturano, oltre ai palamati, alelunghe, tonni, pescispada ed ogni sorta di bestino.

Il rizzaghiu (giacco o rezzaglio) consiste in una rete circolare a foggia di campana. Nell’orlo della circonferenza vi è una corda ove sono infilzate delle palline di piombo ad una certa distanza l’una dall’altra. Detto orlo è rovesciato di dentro mercè alcuni fili, e la congiuntura è fatta con tale industria che, nel ritirarsi in su la rete, costituisce, in grazia della imboccatura, più bozze, che sono chiuse col ravvicinarsi dei piombi, senza che i pesci che vi incorsero possano uscire.

Le reti descritte vengono colorate quasi ogni quindici giorni, allo scopo di togliere loro la broma, che è quel deposito di sale, il quale, con l’uso, si è accumulato su di esse. La materia colorante usata in questa occasione è la corteccia di pino macinata, conosciuta sotto il nome di zappino, che s’importa da Soverato, da Cropani e da altri paesi vicini.

La tintura viene preparata nel seguente modo: si sospende ad un treppiede di legno, oppure si fa poggiare su due grosse pietre di granito, il caccamo (grande caldaia di rame) capace di contenere cinquecento litri di acqua. Riempita convenientemente, vi si versa una quantità proporzionata di zappino e poi si fa bollire per tre o quattro ore. Dopo si versa la tinta in una baia (tino) e quando è tiepida vi s’immerge la rete e si ritira subito, disponendola a spirale entro la barca di pesca, ove si lascia in riposo per ventiquattro ore, poi si stende per farla asciugare.

Ogni volta che i pescatori preparano la tinta, mentre alimentano il fuoco, dicono, per celia, al padrone:

Gugghi, gugghi quaddaruni / Pi’ dispettu d”u patruni,

il quale di rimando, risponde loro:

E’ varamu ‘sta varca a mari / Pi’ dispetti d”i marinari.

Il palangrasto (dal francese palangre, nome che noi abbiamo dato e ricevuto) è un ordigno formato di sette coffe (canestre) ognuna delle quali contiene un filaccione detto lettu nel quale, ad ogni quattro palmi, sta attaccato un vrazzolu (lenza) lungo due palmi, alla cui estremità è attaccato un amo.

Il numero dei vrazzoli coi rispettivi ami è di trecento per ogni coffa. Il palangastro tiene una estremità attaccata ad una mazzara, grossa pietra, che serve a tenerlo fermo in fondo al mare. Esso si cala a zig-zag su fondi rocciosi, sia di mattina che durante il giorno, oppure di sera e si lascia a fondo tre o quattro ore.

Le nasse sono ordigni che si possono considerare simili a trappole e vengono fabbricate dagli stessi pescatori con sottili giunchi importati dai paesi di Capo Suvero. Esse hanno la forma di campana, sono di diverse grandezze per lo più misurano metri uno e cinquanta di diametro base e metri due di altezza e ad ogni quattro dita di distanza sono rinforzate da un cerchio di mirto.

Le nasse al centro della base, che ha la forma d’imbuto, hanno un orifizio, fatto pure di giunchi, i quali sono liberi, e viene detto campa. L’entrata di detto orifizio è di grandezza proporzionata ai pesci che devono attraversarlo onde accedere nella nassa. Il pesce che vi capita dentro non può uscirne perchè le punte dei giunchi che formano la campa, avendo ceduto al suo ingresso, si oppongono all’uscita.

Al vertice della nassa vi è il coccineu, che consiste in un foro circolare il quale viene chiuso dal porteju (portella) da dove si estrae il pesce catturato. Per adescare il pesce si attacca l’esca ad una cordicella tesa, a guisa di diametro, entro la nassa. Vi è pure un altro tipo di nassa detta nchiusa che serve a tenere prigioniero nel proprio elemento il pesce catturato. Essa è la stessa di quella da pesca, ma priva di campa.

Il coppo è costituito da un cerchio di ferro inastato che può essere di varia grandezza. Ad esso è cucita una rete a maglia stretta, per lo più a forma di cono. Serve a pescare seppie ed altri pesci.

La rosetta è un congegno costituito da un piccolo fusto di piombo di fronte alla cui estremità inferiore sono saldate tante spille, una accanto all’altra, con la punta rivolta in su a guisa di amo. Il fusto è rivestito da filo bianco e sta attaccato ad una lunga lenza. Si usa per pescare calamari.

La polpiera, anch’essa è un congegno consistente in un fusto di piombo rivestito di filo bianco e porta attaccati, alle estremità inferiori, quattro ami, mentre dall’altra estremità sta attaccata ad una lenza. Si usa per catturare polpi. Altro ordigno è la frìccina (fiocina) che è una pertica armata in cima da cinque a sette o più denti ad amo, in ferro.

La traffilera (delfiniera) è una specie di fiocina con tre o quattro alette snodate. Si usa per pigliare tonni, pescispada ed ogni altra sorta di bestino.

Si usano pure le seguenti lenze: il valentino, così detto perchè importato da Valenza (Spagna), il quale può essere lungo da trenta a quaranta e perfino a cinquanta braccia e porta da quattro a cinque ami; i traini, lunghi quattro braccia e sono di pelo di Spagna, o anche di nailon, a cui sta attaccato un amo con innescata una piccola piuma bianca di gallina. Queste lenze sono dette traini perchè vengono trainate da un gozzo, ed i pesci, come le ombrine, le occhiate, i palamati, ecc., attratti dal colore della piuma, si slanciano per prenderla in bocca e rimangono presi all’amo.
Vengono poi altre lenze, ad una o più ami, lunghe dai 5 ai 20 metri, ed alcune di esse si attaccano all’estremità sottile di una canna, detta “cimeja”. Varie sono le specie di esche adoperate, secondo il paese in cui si deve pescare. Ordinariamente si usa il casèntaro che è un lombrico, poi si usa il rausivo, verme marino che si trova nascosto tra gli scogli, i pulici ‘i mari che si trovano nascosti fra la sabbia in riva al mare, pezzetti di alici, di chiocciole e di frutti di mare.

Ogni paese marittimo ha i suoi pescatori dilettanti. A Tropea abbondano. Essi sono per lo più fabbriferrai, tintori, barbieri e calzolai e qualcuno di essi possiede il suo gozzo. Costoro, in primavera, verso l’imbrunire, se ne vanno a sicciari (pescare seppie) e si ritirano a casa verso un paio d’ore di notte. Chi non ha il gozzo pesca dal lido con una lunga lenza, a cui imbraca il mazzone che è per lo più un cerro (Smaris mauri) e lo lancia lontano nel mare. Quando si accorge che qualche seppia ha avvolto con i suoi tentacoli l’esca, piano piano la tira al lido e poi la cattura col coppo.

Coloro che vanno a sicciari col gozzo si procurano prima una seppia femmina, le bucano l’osso all’estremità opposta ai tentacoli e vi infilano uno spago sottile col quale rimarrà assicurata ad un macigno, posto al lido, mentre essa sta nel mare tutto il giorno. A prima sera, col gozzo, vogando piano, la seppia viene trainata; i maschi, appena la scorgono, la seguono ed il primo che la raggiunge si attacca tenacemente con i suoi tentacoli ad essa.

Subito il pescatore li cattura col coppo e li mette a bordo. Disciolta dall’abbraccio del maschio la femmina, torna a buttarla a mare e ripete l’operazione finchè avrà l’opportunità di catturare seppie maschi. All’epoca della deposizione delle uova le seppie si avvicinano alla riva presso i fondali, dove vi sono delle piante acquatiche, e vi depongono grossi grappoli di uova. Quando le uova dei grappoli divengono nere è prossima la nascita delle seppioline, le quali, appena nate, sono in grado di procurarsi da sè il cibo.

I pescatori hanno potuto constatare che tale mollusco ha la proprietà di un barometro, come tanti altri animali marini. Quando deve spirare, oppure spira, vento la seppia diviene nervosissima e non sa mai stare ferma. Sente in modo preciso l’avvicinarsi del cattivo tempo e si mantiene al largo più del solito e tiene i due tentacoli centrali curvati in dentro, in modo da formare un arco. Allora si può essere sicuri che entro ventiquattr’ore il mare si ingrosserà e vi sarà una tempesta.

Sia la seppia che il polpo si mimetizzano. Quest’ultimo poi, quando s’irrita per qualsiasi motivo, diviene di colore più brillante. La sua femmina, che è detta pruppissa, ha i tentacoli più lunghi di quelli del maschio e si conosce pure dalla forma più snella e dal colore più chiaro del maschio.
Quando i pescatori catturano un polpo stanno accorti a non farsi colpire gli occhi dai tentacoli che esso agita, perchè potrebbero essere infortunati. Le acque pescose dove, secondo le consuetudini locali, si calano le reti, sia di giorno che di notte, sono divise in tante zone che, a partire da Tropea, seguendo la direzione di E. N-E, prendono i seguenti nomi: u Varu, al largo di Tropea; a Dragara; i Furchi; a Tunnara; Bordila; a Taranga.

Dall’anzidetto punto di partenza, andando verso ponente, ponente-maestro, prendono i nomi: subba i previti, al largo dello scoglo detto “i messaggi”; ‘u Scogghiu d’u Capu, nei pressi della punta di Riaci; a Ruffa, al largo della fiumara omonima; Fundeju all’acqui di fora, circa tre miglia al largo del Capo Vaticano, dove le acque misurano una profondità dai quattrocento ai cinquecento passi (il passo equivale a metri uno e ottanta millimetri di lunghezza); a Sicca, a tre leghe dal Capo Vaticano (la tradizione locale vuole che sia un’isola sommersa); u Furnu, al largo di S. Maria di Galilea; a Marmurea cu l’arburu ruttu; u Guàdaru i fora; i Candileri, circa sei miglia oltre il Capo Vaticano, in direzione dello Stretto di Messina; a Sicca Liparota; a Murmurea; i Criti; i Merguli; u Malidittu. Poi vengono tre famose cale, su cui si ha il seguente proverbio:

Lu Pezzamu, la Villa e la Carusa
Sugnu tri cali privileggiati:
A ‘na cala ti po’ fari ‘na cammisa.

I detti luoghi pescosi vengono rintracciati dai pescatori nel modo seguente: essi, con la loro barca, si partono dalla riva e, vogando, dirigono la prua verso il luogo pescoso desiderato, tenendo mente a punti di riferimento che si trovano sulla costa, uno opposto all’altro.

Questi punti possono essere case coloniche, capi, punte, scogli che emergono dal mare o altro. Quando la barca giunge ad una altezza in cui i dati punti opposti di riferimento si trovano uno di fronte all’altro e la forezza, la quale è la rotta percorsa dalla barca, interseca la linea immaginaria data dai punti di riferimento, lì è il luogo pescoso creato dai pescatori.

Anche la costa ha la sua toponomastica, che a partire dalla punta di Zanbrone, è la seguente: ‘Vaiuni ‘a rina; Cancelli; Praja di Bordila; Tunnara; i Taverni; pietra Pizzuta, dalla cui sommità, nei tempi andati, il volgo credeva che uno schiavo lanciasse dei sassi contro i naviganti, come similmente faceva una vecchia dalle rupi di punta Campanella; Vardànu; Cristò; Hiumara d’a Grazia; Hiumara Burmaria; Portu di Tropea; Punta di Civala; Marina di l’Isola; ‘u palumbaru; gurna d’i Judej; punti di l’isula; ‘a Linguata; i Missaggi; ‘u Passu d’u cavaleri; Petri di mulinu; Punta di Riaci; grutta d’i Corva; turri di Balì o Gisolda; Gabbu turchi; Hiumara d’A Vraci; Giancarlo; Hiumara d’a Ruffa; ‘u Tonu; Capu Vaticanu; Santa Maria di Galilea.

Le migliori pesche avvengono al buio ed i remi, tolti dall’acqua, cacciano il miscoforo, che è una fosforescenza dovuta a certi organismi microscopici che abbondano nell’acqua marina. Prima che spunti l’alba la rete si tiene a mare finchè i remi non cacciano più miscoforo.

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