www.tropeaperamore.it.jpgIn questi giorni ho pubblicato una serie di proverbi tratti per la massima parte da una categoria legata al tempo e alle stagioni, quindi al mondo agricolo e campestre dei contadini. Ma la Calabria abbonda di proverbi, incisivi, chiari, immaginosi, a cui si darà voce da queste pagine nel tempo, pian piano; o almeno così mi auguro di poter fare. Oggi invece vorrei approfondire l’analisi del proverbio in tutti i suoi aspetti: da quello linguistico puro, con il dialetto che la fa da padrone, a quello social-culturale, a quello antropologico, per finire a tutti gli altri aspetti annessi e connessi a questa forma di “letteratura” perlopiù orale di secolare memoria. Il tutto senza la presunzione di un esperto, ma di colui che ama questa forma letteraria sintetica, aforistica ed essenziale quanto basta per disegnare un “pezzo” di cultura che mi appartiene e che penso appartenga a tutti i calabresi del mondo.

Raccogliere i proverbi calabresi come stiamo cercando di fare non è affatto facile, soprattutto perché i dialetti calabresi sono parecchi è per giunta si presentano in versioni molto diverse l’una dall’altra, sia ortograficamente che foneticamente. Giustamente, rileva il Rholfs, “che la mancanza di una unità linguistica in Calabria deriva anche dalla differenza dei tempi e dei modi con i quali è avvenuta la romanizzazione, molto prima nella Calabria settentrionale che in quella meridionale, per cui i dialetti di quest’ultima non hanno niente a che vedere con la romanizzazione della Calabria Settentrionale”. Queste diversità esistono non solo fra le cinque provincie della Calabria e gli oltre quattrocento comuni calabresi ma, qualche volta, anche fra borgata e borgata e danno al lessico un significato profondamente diverso oltre che varietà fonetiche e ortografiche dissimili.  Daltro canto la diversità di razza, la varietà della storia, la profonda differenza fra zona e zona (marine e montagne; joniche e tirreniche; Sila e Pollino, marchesato di Crotone e piana di Gioia Tauro, Aspromonte e Serre etc. ), la diversità dei bisogni e dei diritti-doveri, hanno fortemente influito sulla vita e sulla mentalità del popolo calabrese e quindi sui proverbi, rendendone più difficile la raccolta, la traduzione e l’interpretazione. Pertanto il problema che rimane per chi si appresta a riportare i proverbi in luce, quindi anche a chi scrive è il seguente: si devono riportare i proverbi nelle loro varie formulazioni o bisogna limitarsi a qulla piu’ comune o magari piu’ consona alla propria città e al proprio modo di sentire la lingua ed il proverbio? Tutto considerato, si è cercato e si cercherà di seguire per le prossime pubblicazioni su queste pagine, quest’ultimo criterio, ossia quello di riportare il proverbio per come lo pronuncerebbe e lo scriverebbe un tropeano di oggi come me, tranne che per pochi proverbi per i quali la  formulazione nel tropeano attuale ne modificherebbe il significato, estendenolo alcune volte, restringendolo altre. Per capirci formuliamo alcuni esempi: “Ppè inchiri ‘a scuppetta si svacànta la sacchetta”; ” si voi a casa netta catarra e scupetta”; “cacciaturi e ‘mpica santi sempri arrètu e mai avanti”, nelle loro traduzioni e fonetiche catanzaresi assomgliano di molto alla mia scrittura ma sono diversi e non di poco.

Credo comunque che questo sia il modo giusto di procedere; non c’è motivo di riportare in questa sede soprattutto, vista la natura prevalentemente divulgativa di un sito internet, e non scientifica come una scuola di linguistica, tutte le varianti di uno stesso proverbio in cui peraltro la diversità è spesso solo formale e non di contenuti, dovuta come detto alla diversità dialettale dei luoghi. Un esempio, credo servirà a giustificare la nostra scelta editoriale. Si riporta di seguito un proverbio molto conosciuto in Calabria in cinque diversi modi:

1) Viesti bastanu e pari baruni; 2) Viesti strippunu e pari barunu; 3) Viesti zippunu e pari barunu; 4) Viesti truncunu e pari barunu; 5) Viesti mazzunu e pari barunu, che nel significato letterale è vesti da povero ma mostrati barone. Per valutare giustamente l’importanza di questo fatto basta considerare che ad una sola parola in lingua corrispondono, nei dialetti calabresi, decine di parole, come gli esempi riportati dimostrano largamente. Si è cercato quindi di scegliere far i vari dialetti quello del Catanzarese soprattutto da cui la provincia nuova di Vibo Valentia prende corso, perché ritenuto piu’ vicino al nostro attuale modo di parlato dialettale. La stessa domanda si è posta per l’ortografia: quale fonetica e ortografia scegliere? Alcuni asperti linguisti, come il Rolphs (già citato) e l’Accattaris nelle loro traduzioni del calabrese in generale e non solo quello dei proverbi, hanno suggerito alcune regole e le  hanno applicate alle loro traduzioni in maniera coerente e continuativa anche dal punto di vista ortografico. Queste regole, per chi scrive sono state attentamente valutate e pur riconoscendone la valenza scientifica e linguisticamente giusta, non sono state prese in considerazione, perché lo scopo di queste nostre pagine è solo quello – come dicevo- di divulgazione dei contenuti  e non espressamente e scientificamente “linguistico”. Ci sorregge a tal scopo una considerazione sommaria: il calabrese, insieme alla pronuncia e alla diversità strutturale che cambia – come detto – da zona a zona, ha anche ortografie diverse e per giunta non sempre esatte perché, come rileva l’Accattatis “coloro i quali scrissero e stamparono poesie in dialetto lo fecero in modo scorretto ed erroneo trascurando gli accenti e gli apostrofi, complicando le parole….Questo grave sconcio è reso più grave dagli errori tipografici che spesso rendono incomprensibile il pensiero”.

Un altro non facile problema riguarda la raccolta dei proverbi: riportare tutti i proverbi che si ripetono in Calabria o fare una cernita? La scelta è ricaduta sulla cernita perché riportare in queste pagine proverbi usati in tutta italia, anche se con veste dialettale diversa servirebbe a poco allo scopo che ci siamo dati. Proverbi come “L’abitu non fa u monacu”, “Ognunu mina l’acqua o mulinu soi”, usati in tutta la penisola, con sfumature diverse ma con lo stesso significato, accrescerebbe di molto il nostro tentativo di ricognizione proverbiale regionale. Si riporteranno invece quelli che, pur essendo stati pubblicati come appartenenti ad altre regioni o all’intero paese ci sembrano esclusivamente “nostri” e mostrano tuttora l’impronta del nostro conio; quelli che, pur avendo identico significato, hanno profondamente diversi la forma ed il lessico, ed infine quelli che, pur essendo pressoché identici nella forma e nel lessico vengono diversamente interpretati. Così agendo, credo di poter riuscire a limitare la raccolta ai proverbi “indigeni” che non sono pochi, perché i popoli economicamente poveri sono ricchi di usanze, superstizioni, leggende che sono alla base di buona parte dei proverbi. La raccolta che ne scaturirà in queste pagine non sarà certamente completa. Infatti si è rinunciato a priori alla trascizione dei proverbi che per la forma, per le parole, per il contenuto nulla avevano di popolare o almeno così mi è sembrato di percepire. Per tale ragione sarebbe inutile riportare proverbi come ” Cusenza respingi, Riggiu fingi, Catanzaru Tingi”, o ” Trovari n’amicu è cussi raru,comu nu jornu seza ventu a Catanzaru”, che per la rima potrebbero essere annoverati bene fra i proverbi proponibili, ma che nulla hanno di popolare e di antico. Alcuni proverbi che proporro’ fanno parte di canti popolari come per esempio: ” L’autri mangianu petri e nesci sucu, pi mia su sicchi tutti li fjumari”; alcuni invece di poesie di autori come ” U latru è boia e l’arrobbato e ‘mpisu” o ” a sìta è apparenza e a  ginostra è sustanza” che sono versi di Scervini, Donati, Butera, poeti e letterati di “casa nostra”. Altri infine sono la conclusione di aneddoti o la morale di alcune favole, come: ” Cu ebbi fuocu campatti, cu ebbi panu moretti”.

Quasi sempre però, anche quando non fanno parte di canzoni o di poesie, i proverbi sono in versi ed abbondano l’endecasillabo ed il settenario. Nonostante la differenza delle origini, i proverbi sono sempre l’espressione della civiltà e delle condizioni del popolo calabrese. E poiché la civiltà è stata, se non esclusivamente, certo prevalentemente contadina, molti riguarderanno l’agricoltura, la meterologia, la pastorizia. Dalla vità del popolo, ricca solo di stenti e di privazioni, senza speranza e senza fede nell’avvenire, sono scaturiti molti proverbi e modi di dire proverbiali sulla miseria dei molti, la ricchezza e il potere dei pochi, l’egoismo, l’ingordigia, l’individualismo, l’antisocialità. D’altro canto, in situazioni tanto difficili e penose nelle quali non mancarono le lotte dei bisognosi per migliorare le loro tristissime condizioni, né quelle dei privilegiati per maggiormente aggravarle, lo spirito di classe e il diritto non potevano non avere nei proverbi un posto di primo piano. Infatti i proverbi in queste materie non solo abbondano ma sono quasi sempre normativi, cioè proverbi canoni. Quelli sullo spirito di classe, anche quando sono esagerati, hanno sempre un fondo di verità e l’esagerazione serve solo a far apparire questa verità con maggior chiarezza e precisione. Quelli sul diritto contengono norme sugli usi e sulle consuetudini e sono interessantissimi per la precisa e chiara espressione, per la lucidità dei concetti, per il tono imperativo che li caratterizza e per le immagini di cui sono ricchi. Ma quello che maggiormente colpisce è il ‘distinguo’ , quasi una casistica alla quale, afferrato il principio generale, si ricorre per evitare liti e contrasti. E così, per esempio, mentre un proverbio detta la norma generale per il frutto degli alberi ed uno per la cacciagione, con gli alti si regolano i singoli casi. Con i proverbi veri e propri si riporteranno anche i cosidetti Wellerismi e qualche modo di dire proverbiale come ” Salute e frasca dissi a crapa”. Si riporteranno anche i blasoni, che scaturiti dalle vivaci lotte di campanile , esprimono spesso giudizi non benevoli, dicerie tramandate per secoli, punture maligne contro gli abitanti di altri comuni, come ad esmpio “Cusentini, né amici né vicini”. Altri proverbi saranno dedicati ai giudizi che alcune categorie danno su alcune altre come per esempio ” U scarparu ticchi ticchi sempri poveru e mai ricccu”.

Sia fra i proverbi veri e propri sia fra i modi di dire, alcuni contengono verità banali, altri sono di carattere critico, ma tutti o quasi, oltre ad un significato letterale, ne hanno altri figurati, metaforici o allegorici che cerchero’ di far affiorare, nei limiti della mia non specialistica cultura letteraria. Nei proverbi, la regione appare quale fu e vi si ritrova ancora quanto più non esiste, e quel poco che ha resistito al mutare dei tempi per il progresso tecnologico, per la viabilità che ha rotto l’isolamento, per l’emigrazione e per le lotte politiche e sindacali che hanno contribuito a creare una mentalità diversa e diversi bisogni.

L’importanza che hanno i proverbi per il popolo calabrese o che, quanto meno avevano fino a qualche tempo fa, risulta da alcuni di essi, come: ” U dittatu è legge”. Mai o quasi mai abbiamo sentito dire che il proverbio non fosse improntato a giustizia ed equità; quando lo si è voluto contestare, si è detto che era superato dai tempi ma, anche per dire ciò, si è ricorsi a qualche espressione proverbiale come ” quandu Gesù Cristu jia pi ‘nterra”. Agire in conformità dei proverbi e mantenere fede alle loro norme, più che un dovere, per il calabrese è stato un titolo d’onore. Ed il proverbio insegna che ” Parola e fidi i calabrisi è quandu è data senza se, senza ma, a morti e a vita”.

Riuscirà questo mio piccolo sforzo ricognitivo, a difendere un poco il nostro lessìco tanto profondamente modificato in questi ultimi decenni? Riusciranno queste pubblicazioni a far meglio conoscere il popolo calabrese, le sue sofferenze, la sua sanità morale, le sue eccezionali virtù e i non pochi difetti? Me lo auguro di cuore non come premio a questa piccola fatica, ma come pagamento di un debito che molti, compresi gli uomini di cultura e di studio hanno verso la Calabria.

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