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S. Angelo di Drapia, si raggiunge per la strada provinciale 17, che da Tropea porta a Vibo Valentia. Questa, oltrepassata la stazione ferroviaria, si inerpica con rampe tortuose e brusche curve, a ridosso della salita, ove il gradone collinare si espande improvviso in una stesura agraria, ricca di ulivi e di vigneti. Sulla destra dopo circa 4 km da Tropea, un insegna stradale vi dirigerà verso Sant’Angelo. La stradina che ad essa conduce, termina in uno spiazzale ricco di antichi ulivi che cingono una costruzione articolata, recante nel suo centro un prospetto architettonico movimetato e leggero entro due piccoli campanili di gusto barocco. Tra essi posposta e celata vi è una piccola cupola che, all’occhio esperto, ostenta l’articolazione dai giri concentrici calabro-bizantini, anche se, attualmente, è priva del consueto parato di coppi in cerchi sovrappposti.

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L’intera area è denominata Villa Felice ed il nome è dovuto a due vescovi, di cui il primo, Felice Del Paù restaurò la chiesa e l’edificio nel corso del Settecento, il secondo Felice Cribellati svolse un attività di messa in efficienza dell’intera struttura. Dal 1953 al 2003, Villa Felice è stato un centro di accoglienza per orfani e bambini disagiati della Calabria intera. A svolgere il ruolo di guida, su indirizzo del venerabile Francesco Mottola, fu l’oblato Don Gerardo Ruffa, che per più di 50 anni, dedicò la sue energie all’ampliamento, alla cura ed al miglioramento delle strutture esistenti, scuola compresa, e il livello di accoglienza e di accudimento dei ragazzi. Nel 1972, riesce a dare corpo al suo progetto, realizzando l’ostello della Gioventù, una struttura all’avanguardia per quei tempi che diviene il fiore all’occhiello nell’ambito dell’accoglienza umanitaria ad indirizzo educativo verso i ragazzi.

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Tornando alla storia di questo luogo, è sicuro che i primi a stazionare qui, furono alcune comunità monastiche locali pre-benedettine, all’epoca della decadenza dell’impero romano d’occidente. Lo si apprende da una lettera di San Gregorio Magno con la quale il pontefice dà ordine a Pietro Notaro di aiutare quei monaci che vivevano in stato di grande povertà.

Richhezze panaoramiche e climatiche rendevano il luogo atto all’elevazione dello spirito. La comunità, divenuta basiliana, sopravvisse a tutto il medioevo. Con la decadenza del monachesimo greco il luogo fu dato in commenda. Nel Settecento passò in proprietà della diocesi che vi stabilì la residenza estiva del vescovo e del seminario.

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La chiesetta è a pianta centrale, a croce greca, di forme barocche settecentesche. Fa capolino sulla costruzione – come già detto – una cupola chiaramente calabro-bizantina, segno chiaro del riadattamento settecentesco di un edificio di culto più antico, riferibile all’età in cui ancora si costruiva in forme tardo-bizantine.

Il rifacimento in forme barocche della chiesetta bizantina è avvenuto negli anni immediatamente seguenti il terremoto del 1783.

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La chiesetta dedicata a San Michele Arcangelo, alle attrattive sue proprie, unisce lo scenario panoramico che si offre dal ciglio collinare retrostante, oltre al verde in cui l’intero perimetro è avvolto, in cui spicca la riproposizione della grotta della Madonna di Lourdes, realizzata negli anni ’70 dai ragazzi dell’istituto.

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