Dolci e monache.JPGIeri, Federico Guglielmo Lento, l’ONOREVOLE per definizione e non quello “per caso” come lui si definisce, l’amico che sempre volli, il tropeano della diaspora di Vico Manco come ultimamente si è voluto accreditare, mi ha mandato un ricordo delle monache della carità e del loro asilo, in cui lui, negli anni ’40 frequentò.  Non so se l’avete letto, ma io vi invito a a farlo nella pagina del suo diario contenuta in questo blog. Bellissima pagina! Non aggiungo altro.  Fra le cose che ha messo in moto questo personale racconto della sua infanzia, oltre alla nostalgia di una Tropea che mi sforzo di immaginare e che sicuramente era senza dubbio più vera dell’attuale, una maniacale sindrome dell’approfondimento. Questa mi induce a scrivere quanto di seguito riportato, complice una lettura che le pagine del “Quotidiano della Calabria” contenevano nella categoria “di cotte & di crude” di venerdì 27 Novembre, ossia ieri. La mia notoria e peccaminosa inclinazione ai peccati di gola, tende ovviamente a fare il resto, per giustificare e tentare di allontanare il più possibile l’idea di finire nel terzo girone dell’Inferno……..ma questo lo credo solo io…ovviamente.

Anticamente i dolci erano poco diffusi tra il ceto popolare, non erano un piatto quotidiano, ma il consumo era legato a ricorrenze familiari, festività religiose e feste popolari legate spesso al calendario agricolo. La tradizione dolciaria calabrese affonda le proprie radici nei secoli passati, e molte testimonianze vogliono che parte della tradizione dolciaria nasca all’ombra di antichi conventi. E’, infatti, dalle cucine dei monasteri che uscivano deliziose specialità riservate ai superiori ecclesiastici, ai medici che prestavano soccorso alle consorelle ammalate, ai parenti delle suore. Anche i maestri cucinieri delle corti reali si destreggiavano in bontà assai speciali. Esistono ancora prodotti artigianali che esprimono e continuano la lunga tradizione dolciaria sviluppatisi fin dal XVI sec. nei monasteri, depositari esclusivi di antiche ricette millenarie, anche se le usanze e le feste pagane di stampo ellenico, radicate nella cultura popolare, costituiscono il sostrato culturale più antico del patrimonio gastronomico locale. Tra le mura del convento, le monache realizzavano particolari dolci per le diverse ricorrenze religiose ed erano depositarie del contenuto di antiche ricette. La consuetudine di preparare i dolci da parte delle suore era legata ad un atto caritatevole, allo scopo di aiutare le famiglie meno abbienti, poi è diventata una forma di sostentamento economico, e allo stesso tempo, una forma di ringraziamento e di offerta. In occasione delle feste religiose, vassoi colmi di dolci erano destinati alla sede vescovile, al confessore e ai benefattori. Esiste una produzione dolciaria strettamente connessa al ciclo cerimoniale sacrale come ad esempio la produzione legata alla Pasqua, alle feste patronali e mariane, mentre altri tipi di dolci sono di carattere laico e profano. Una figura originale è il venditore ambulante che segue le feste calendariali. Si occupa della realizzazione e della vendita dei dolciumi tradizionali o rituali. In Calabria esiste un dolce per ogni ricorrenza, dalla nascita alle nozze, alla malattia, persino per i morti esistono dei biscotti chiamati osso di morto. Naturalmente, oggi, la varietà dei dolci sfornati nelle pasticcerie e nei negozi è vastissima e di buona qualità, ma è difficile tuttavia preferirli al sapore di un dolce fatto in casa. Che dire del richiamo dei sensi provocato dai dolci cucinati nel forno domestico nei periodi di festa? Il Natale ne presenta tantissimi, specie qui  a Tropea. Gelatini, fiorellini di mardorle, turruni i ferru, (torrone ostato e caramellato), etc. Ma di questo daremo opportuna ricognizione a stretto giro.

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