pacchi natalizi.jpgEcco a voi il secondo pacco di questa novena natalizia carica di bellezza e di respiro, quello preannunciato nella giornata di ieri. Me lo manda Caterina Sorbilli, e, dopo il primo, ricevuto da Guglielmo Lento, le lettere di Carmen e di Francesca, i commenti e le bellissime parole lasciate su queste pagine da Umberto Donato, siamo arrivati quasi alla vigilia di Natale. Un Natale più bello quest’anno per me. Davvero più bello. Sono più povero, più precario di prima, anche più preoccupato per molti aspetti, ma stranamente nel mio profondo essere, nel mio cuore, mi sento assai più ricco di ieri e degli ultimi anni. I pacchi ricevuti sono solo una metafora di una ricchezza che tradisce il loro contenuto esterno, quello della forma estetica. Vanno diretti all’intimo, lo sollecitano, lo riattivano, lo rimettono in moto, risvegliandolo dal suo soporifero annichilimento, che gli anni che passano e le delusioni cocenti comunque lasciano. Sono una fòlgore, un’adrelalinica scarica da 20.000 volts, che arriva diretta, forte, che schiaccia a terra. Sono pacchi che sanno di valori eterni: di quella amicizia che profuma di fratellanza e di condivisione, da tempo ricercata nei meandri sterili di una contemporanea nevrosi collettiva, ma mai raggiunta fino in fondo: quella all’insegna dell’apparire e del dover essere ad ogni costo. Il mio pacco ve lo mando il giorno di Natale, ci tengo alle tradizioni e sono scaramantico. Non me ne dogliate amici miei. Intanto vi ringrazio tutti, Carmelo e Francesca compresi, fascio e martello e tutta la redazione pure, e vi lascio gustare questa letterina unica nel suo immediato e diretto sentimento, sgorgato e reso “pubblico” da una donna e madre che non ha decomposto il suo mondo sentimentale, attrestandoci con questo suo modo diretto e franco, che vale la pena stare ore seduti al PC per tentare di umanizzare questa rete, spesso asettica e senz’anima. Grazie anche a te cara amica mia.

831524633.jpgIl pacco di Natale

Prendo spunto dall’uscita di un libro, o meglio dal suo titolo “Il pacco di Calabria” di un attore calabrese trapiantato a Milano, Enzo Limardi, per parlare di un’ usanza, e non solo, che dalle nostri parti ed in tutto il meridione, viene perpetrata da anni e forse da secoli.

Penso che tutte le famiglie calabresi prima o poi abbiano avuto occasioni diverse per preparare e spedire i famosi “pacchi” nei più svariati angoli del mondo. Il pacco destinato solitamente a gente lontana dalla propria terra, dalla casa natia, dalla famiglia d’origine o persone comunque creditrici di “sapori” nostrani, festeggiano il Santo Natale, le feste in generale, al ricco gusto delle leccornie paesane.

Il pacco, però, non è solo questo; sarebbe riduttivo legarlo al solo teletrasporto “culinario”.

Il pacco racchiude in sé tutto un mondo: racchiude “l’Attesa” festa per eccellenza dell’anima e del corpo, attraversato da brividi d’emozioni sognate e sperate; racchiude la “Speranza” di essere ricordati, amati, cercati e trovati; racchiude il senso “dell’Appartenenza” ad una terra, ad una famiglia, ad un luogo, ad una civiltà; il “pacco” rappresenta la casa, l’accoglienza, il rispetto, l’affetto che ogni persona in fondo al cuore vorrebbe.

Non sono tanti i pacchi che ho spedito nella mia vita, grazie al fatto che molti affetti mi sono vicini anche perché, personalmente, considero un “pacco” anche una piccola ma significativa corrispondenza epistolare, carica di parole e contenuti sinceri ed affettuosi.

Quest’anno, dopo tanti anni, io ho ricevuto un “pacco”: particolare, moderno, carico di informazioni e curiosità, un pacco che mi ha fatto trovare e ritrovare persone care, un pacco che mi ha regalato la gioia di nuovi incontri, di amicizie, di affetti, di confronti e rapporti umani.

E’ internet il mio pacco che, mai e poi mai, avrei immaginato così umanizzato e carico di una capacità aggregante infinita.

Il mio pacco ha aperto la mia vita a nuovi mondi e nuove conoscenze nella realtà quotidiana, mi aiuta ad esprimere pensieri che forse sarebbero rimasti per sempre e solo nella mia testa; lo definisco “terapeutico”  se ben gestito e manovrato.

Il mio pacco mi ha regalato emozioni, sentimenti, persone e realtà diverse dalle mie ma, anche, illusioni e qualche incomprensione che servono comunque nella vita per saper sempre distinguere il bene dal male.

Per questo Santo Natale auguro a tutti l’attesa di un pacco che sia pieno di cibi, parole, oggetti, preghiere, feste, abbracci che racchiuda una casa, una terra, un paese, un mondo, un affetto, un lavoro, una speranza ma soprattutto una Fede per quel Bambinello che tutto può e che nasce e ci nutre dal di dentro, che ci guida e ci consola, che ci perdona e conforta e ci conduce alla vita eterna.

Auguri!

Post correlati

Il pacco di Guglielmo Lento

La lettera di Carmen

La lettera di Francesca

I commenti di Umberto:

Guglielmo ...tu nn sei un medico…o, almeno non solo…, sei un archeologo del cuore, paziente e sapiente, dei piccoli, grandi ricordi che riesci a riportare alla luce della mente di ognuno di noi, che abbia, “conditio sine qua non”, una certa età…Le tue proustiane “madeleinettes” di rimembranza sono dunque anche le mie…sono il tuo come il mio “essere di sinistra”…non nella limitante accezione politico-ideologica, bensì in quella, molto più profonda e comprensiva e arricchente “dell’essere uomini umani” (citando Borges…)…Eh già, perchè se per essere “veri uomini”, nella concezione più brutale della vulgata di ogni tempo e di ogni latitudine, è sufficiente disporre solo di bronzei zebedei all’altezza della situazione maschilista e materialista dei tempi e basta…, per essere “uomini umani”, invece, è necessario essere empatici e tolleranti verso gli altri, quanto coerenti ed intransigenti verso se stessi…Tanto per capirci meglio, possedere cioè la cosiddetta ” onestà intellettuale”…Quella strana ed atipica merce dell’anima,della ratio e del cuore, che faceva dire ad un certo Immanuel Kant :” Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Ecco, Guglielmo, tu sei “un uomo umano”…e noi che ti leggiamo ti siamo grati di averci consentito di scoprirlo.In te, come in noi stessi.

Lucio, io di origine sarei napitino, da dieci anni circa in esilio volontario alle Marinate di Hipponion…questo lo sai già…Ciò che invece non sai, ma che la tua ricca umanità mi spinge a rivelarti, risiede nel fatto che io ho trascorso parecchi giorni estivi della mia infanzia a Tropea…Dove?…ti starai chiedendo…E’ presto detto: nel Preventorio Antitubercolare, giù alla Marina…non, per mia fortuna, come potenziale “cliente del mal sottile”, bensì come gradito, piccolo ospite, in quanto pronipote della Direttrice del medesimo, all’epoca, Suor Carmelina Marincola…I miei genitori, infatti, pur borghesi benestanti, fermamente volevano che io imparassi a conoscere da vicino non miei coetanei, a me simili per ceto e per censo, quanto miei coetanei meno, ma di molto, fortunati di me, in ogni senso…Quei soggiorni, reiterati quasi ad ogni stagione estiva dei miei primi dieci anni di vita, mi regalarono, caro Lucio, tutto ciò che sono riuscito ad essere, nel mezzo e passa secolo di tempo da me, ad oggi, vissuto…Mi regalarono la comprensione e la compassione (nell’etimo di condivisione con l’altro)…Mi regalarono la disponibilità e l’umiltà…Mi regalarono la capacità di gioire del niente e, soprattutto, la capacità di parlare la lingua degli occhi innocenti…di quella lingua, cioè, che non ha bisogno di alcun suono verbale, ma anzi, di silenzio, di tanto silenzio interiore…quello che ci aiuta a crescere bene dentro…a crescere veramente…Da adulto, ho insegnato poi per anni ed anni a Parghelia ed ogni volta che capitavo a Tropea, in Direzione, ho quasi sempre trovato uno spicchio di tempo per fare una visitina al Cimitero, alla Cappella delle Suore di Carità, dalla mia prozia fortemente voluta e realizzata per riunire le consorelle defunte, sparse nei diversi Cimiteri del Tropeano…e dove essa stessa ora riposa…Queste brevi visite erano, tutto sommato, parecchio egoistiche, perchè avevano il dono segreto di farmi sentire in pace con me stesso. Grazie, dunque, Lucio, per avermi restituito, come scrive Guglielmo, l’essenza di quel profumo, l’essenza di quella vita agrodolce sì, ma viva e vitale. Auguri ancora.