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Come avevo accennato qualche giorno fa, pubblico integralmente il capitolo che Luciano del Vecchio, autore di Frammenti di Storie Tropeane, ha dedicato a Capo Vaticano e all’indagine storica legata al suo nome; capitolo questo incluso nel libro citato con il titolo Vati K’ano. Per chi si chiedesse le ragioni di tale scelta editoriale, faccio presente a tutti coloro che non sono riusciti a seguire le ‘puntate precedenti’, che è di questi mesi una ‘querelle’  apertasi sulle pagine dei quotidiani locali, riguardante il nome ‘Costa degli Dei’, attualmente usato per definire il litorale costiero che da Pizzo muove verso Nicotera e viceversa. Secondo alcuni, tale nome è scorretto e non idoneo per definire la zona, non capace di evocarne le bellezze e poco denotante i luoghi e le città in essa presenti. Secondo altri, invece, è il giusto compromesso che occorre pagare per poter includere tante bellezze in un unico toponimo. Credo che a tal fine e non solo a tal fine, sia assolutamente proficuo leggere quanto di seguito riportato dallo storico Luciano Del Vecchio, che ritengo molto più interessante della suddetta polemica e più idoneo ad arricchire lo spessore culturale e la curiosità, di chi, me per primo, legge questo blog.

Vati K’ano

di Luciano Del Vecchio

Nella Calabria meridionale l’esame toponomastico mostra che antichi elementi latini sono molto rari o non si trovano affatto. Si nota di contro un’altissima percentuale di toponimi greci. In queste zone i nomi, o sono di origine e formazione graca, o hanno un carattere decisamente neoromanzo.

Il Poro – poros -, passaggio, territorio di fitta toponomastica greca, posto tra il lametino e la Tauride, si protende con il promontorio Vaticano verso l’altrettanto ellenico scenario delle Eolie.

Ma Capo Vaticano sembrerebbe aver avuto nome e storia dalla colonizzazione latina. L’immaginazione popolare e le conclusioni degli studiosi convengono su un’etimologia che, in un retroterra e mare greco, appare discorde, strana, anomala, tale da indurre a cercare una spiegazione.

Secondo alcuni studiosi, il nome significherebbe ‘capo dei vaticinii’, perché una caverna fra le due rocce era sede di un oracolo, che informava i naviganti sulle condizioni del tempo e i pericoli del mare. Lo pronunciava una Manto, cioè una sacerdotessa, dalla quale deriverebbe anche il nome dell ‘Mantineo’, dal greco mantèuo, vaticinare, scoglio poco distante dalla punta.

Anche la contrada Magara, dialettale per dire ‘maga’, prossima al promontorio, dovrebbe il suo nome alla presenza del vaticinio, ma è più convincente un originario greco ‘Megara’, cioè dimore, abitazioni: come Megara Iblea in Sicilia, Megara in Grecia.

Altri sostengono che il Capo venne dedicato al dio Vaticaanus, di cui parla Terenzio Varrone nelle sue ‘Antiquitates’ e Aulo Gellio nelle ‘Noctes Atticae’. Questo dio presiedieva alla genesi della voce umana, suscitava il vagito dei neonati e favoriva i vaticinii.

Entrambi i termini, ‘vaticinium’ o ‘vaticanus’ evocherebbero un’antica presenza profetica che caratterizzava il luogo. Ma se il promontorio fosse stato sede oracolare già in periodo ellenico, allora il vero nome sarebbe stato ‘Mantineo’, rimasto poi a denotare soltanto il piccolo scoglio.

In tal caso, ‘Vaticanus’ sarebbe un successivo calco latino, che imiterebbe semanticamente un vocabolo del sostrato greco. Ma nessuna fonte documentaria o bibliografica o di altra natura attesta un capo Mantineo nel basso Tirreno.

Ad ogni modo, il toponimo latino sarebbe sopravvissuto perché  il  culto del dio Vaticanus si sarebbe trasformata in quella di San  Biagio, entrambi protettori della gola. Voler riunire a tutti i costi  la tradizione cristiana con quella pagana sembra francamente  un’interpretazione un po’ forzata, attendibile soltanto se fosse vera  la premessa, cioè il culto pagano.

Ora, non si vuol affatto negare che presso il Capo possa aver dimorato una mitica ‘maga’, anche se mancano prove documentarie. Neanche escludere che possa esserci stato, in terra magnogreca, un improbabile cultu di un Vaticanus, divinità, tutto sommato, minore e marginale nella mitologia romana.

Ma si osa soltanto dubitare che queste presenze, ipotetiche, possano aver suggerito il nome del luogo, sospettare quindi un tranello linguistico. In breve, è lecito pensare che un’ingannevole e fuorviante assonanza del nome ‘vaticano’ son l’omofono termine latino ha ostacolato un esame toponomastico più puntuale.

L’origine latina non convince pienamente. Lascia supporre, infatti, che la zona sia rimasta senza un nome dall’VIII sec. a.C fino all’arrivo dei romani. E’ molto più verosimile che furono i greci ad assegnare un nome seguendo semplici e naturali procedimenti. Di solito osservavano attentamente le proprietà del suolo, o la quantità di animali, piante e minerali presenti in loco, ma più spesso erano i caratteri fisico-geografici del territorio a suggerire il nome.

Tenendo conto di questi abituali criteri, con accortezza si può risalire all’origine e al significato di un toponimo, da proporre all’attenzione degli studiosi. In realtà, ‘Vaticano’ maschera un’espressione greca, contiene una descrizione, di cui la prima parte è formata dal topos vati.

Nella Grecia moderna ben sette località, di cui cinque in riva al mare e due in zone montane, si denotano vati. Si trova pure come vatis a indicare un’altra località marina. E’ un calcolo approssimativo, limitato ad una ricerca sommaria sulla cartina sulla Grecia. Molto probabilmente il toponimo è più diffuso di quanto si sia riuscito a registrare.

Ma volendo rimanere, per dir così, in zona, si scopre vati contrada di S. Procopio e vadi contrada a Briatico, Santa Eufemia d’Aspromonte e Belmonte.

Il Rohlfs lo registra nella forma vasì, come nome di contrade e ruscelli, nei comuni di Badolato, Molochio, Montebello, Motta San Giovanni e Sinopoli. Tutti questi comuni, si noti bene, fanno parte della Calabria greca.

Anche in Filadelfia una contrada lo attesta nella variante basì. Inoltre vati, come termine di un composto, sembra di scorgerlo nel nome di almeno due altri paesi: Paravati e Garavati.

Lo si ritrova ancora, sia pure con diverso esito fonico e ortografico, nei composti Vadicamo (o Baficamo, torrente presso Bova), e Vasicamo (contrado di Condofuri). Nella forma vasa concorre a formare il nome della contrada Vasariace di Catanzaro.

Non è da escludere qualche altra sorpresa da una ricerca approfondita di tutte le mappe comunali di tutti i comuni della Calabria greca.

“Vati”, “vasi”, “vada”, “basi”, “bati”, sono esiti fonetici diversi risalenti ad una parola madre, varianti dialettali di un antico termine della lingua omerica: “Batus” che significa “alto”,”profondo”, “esteso in ogni direzione”.

Usatissimo in senso spaziale e geografico, l’aggettivo caratterizzava burroni, ripe, fosse,sponde di fiumare, valloni, marine, come documentano moltissime località greche e magnogreche.

Dunque, “vati appariva la costa ai greci che si avvicinavano alla terraferma davanti alle Eolie. Per chi lasciava Temesa a nord o Medma a sud, la costa gradualmente diventava più alta. La punta del promontorio, imponente e maestosa, sovrastava le navi di passaggio. I naviganti la osservavano con un misto di timore ed ammirazione. Dal basso verso l’alto “kai ano”, il ciglio era “sopra”.

L’immagine della Costa Alta si fissava nella memoria e prendeva nome sulle mappe e nei racconti dei primi colonizzatori. In quel punto la costa d’Italia era “Batus kai ano”, estesa verso l’alto.

L’idea di estensione contenuta nel termine “batus” viene precisata dalla successiva espressione “kai ano”, che per crasi (come è frequente nella formazione dei composti greci) diventa “k’ano”.

Nei primi secoli dell’impero romano “batus” era pronunciato con “B” iniziale. Nel latino volgare la B e la V iniziali si confusero. Il che vuol dire che i due suoni si erano riuniti in un suono unico V, che si rispecchia nella pronuncia di tutti i dialetti meridionali. Ma ovviamente, questo avvenne con gradualità e su un lunghissimo arco di tempo, man mano che si diffondeva la lingua latina.

Nel 1324, sui documenti medievali il Capo è ancora chiamato e trascritto in latino “Baticanum”. Ciò suona conferma dell’origine greca del nome, dimostra che un topos “Vaticanus” era sconosciuto, altrimenti sarebbe stato riportato nell’esatta trascrizione latina come la conosciamo. Invece, questa, rispetta ancora la pronuncia popolare, non ancora modificata dalla confusione dei suoni, di un termine greco.

Generalmente la pronuncia locale e popolare di un toponimo, nella forma dialettale, è più genuina e più autorevole di quella ufficiale.

Nel nostro caso, alla fine del XV secolo la pronuncia greca resisteva ancora nell’elenco dei “Beni della Chiesa vescovile di Tropea e di altre chiese di quella diocesi nel 1494” si attesta “ecclesie Santi Nicolai de Baticano“. Dunque Baticano aveva attraversato i secoli latini, superato il medioevo e agli inizi dell’età moderna resisteva tenace alla neoromanizzazione.

Ancora agli inizi del ‘700, l’Abate Sergio nelle sue “Collectanea” riferisce un “Battecane” e le ingenue fantasie ricamate dai dotti e dal popolo per spiegarne la pronuncia e lorigine. Il termine, che è un’evidente deformazione, è la testimonianza eloquente di ciò che rimaneva del genuino ed originario “Baticano”. Prevalse, infine, la trascrizione dotta e latineggiante.

In conclusione, Vaticano è pronuncia piuttosto recente e risale a non oltre due secoli fa. Si afferma definitivamente quando si conclude il secolare processo di neoromanizzazione e toscanizzazione del linguaggio nella Calabria greca. Il suono V sostituisce definitivamente il suono iniziale “B” e genera l’omofonia con il termine latino, che spingeva il Sergio a chiedersi ingenuamente se il Vaticano di Roma derivasse da quello di Tropea o Viceversa.

Per finire, si può anche ipotizzare, ma non è necessario ai fini della nostra dimostrazione, che l’espressione ‘vati k’ano’, nel suo significato di costa alta, possa aver denotato tutta la costa compresa tra Hipponium e Nicotera, e solo successivamente si sia ristretto geograficamente per indicare la sola punta del Capo.

Comunque sia, vati k’ano sembra essere toponimo antichissimo. L’ipotesi della sua origine greca non può essere ignorata, senza rischiare di smarrirsi in favole popolari, in aneddoti divertenti ma inventati, in congetture molto suggestive, ma indimostrabili allo stato delle conoscenze.

Su Capo Vaticano vedi anche:

Videoclip sulle sue bellissime spiagge

Da Tropea a Capo Vaticano