Gli avvenimenti che portarono all’unificazione dell’Italia si susseguirono con straordinaria rapidità, un insieme di circostanze favorevoli portò all’unità. Affiorarono ben presto due Italie profondamente divise, Nord e Sud, persisteva l’errata convinzione che il Mezzogiorno fosse una delle zone più ricche del paese. La realtà era molto diversa. Il Sud era una ‘plaga in pieno disfacimento’. Arretratezza generale, povertà, sottosviluppo, squilibrio tra popolazione e risorse, società prevalentemente agricola, frantumata in una miriade di apparati regionali e subregionali, netta frattura tra mondo rurale e mondo cittadino erano i caratteri predominanti e prevalenti. La situazione calabrese, Sud nel Sud, – gli studi di due storici, Augusto Placanica e Giuseppe Masi, consentono una efficace ricostruzione della Calabria all’unificazione – era ancora più grave e complessa. L’ingresso della Calabria nel nuovo stato unitario ‘provocò notevoli contraccolpi, con echi che sarebbero durati a lungo nel tempo’.

I fatti di Bronte in Sicilia e la repressione nel sangue delle speranze dei contadini di ottenere la terra avevano anticipato quello che sarebbe successivamente accaduto a quanti avrebbero osato occupare parti delle estese proprietà terriere di latifondisti, borghesi terrieri e nobili. Uno dei primi settori socio economici, infatti, ad essere messo alla prova fu quello della proprietà fondiaria. ‘La speranza di larghe fasce della popolazione contadina cosentina di godere dell’uso dei demani silani in seguito all’editto di Garibaldi a Rogliano fu vanificato dai maggiorenti locali’, fallirono sul nascere le speranze di quanti credevano in una rivoluzione sociale che avrebbe dovuto dare l’agognata terra ai contadini. Tra il 1860 e il 1861 si consumò nella regione ‘il definitivo consolidamento di quella borghesia che aveva sostenuto Garibaldi: ne era la prova la nomina di governatori come Stocco a Catanzaro, di Plutino a Reggio, di Morellia Cosenza, insieme con le loro mirate promozioni e sostituzioni, e con l’ingresso di altri maggiorenti che erano stati simpatizzanti o protagonisti della spedizione dei Mille, o di altri memorabili fatti del Risorgimento di Calabria da Giovanni Nicotera a Benedetto Musolino, da Domenico Mauro, eroe di tante battaglie antiborboniche, ad Attanasio Dramis, simbolo dell’ardore liberale degli albanesi di Calabria’ . Le elezioni per la Camera dei deputati del 1861 confermarono la situazione. Avevano diritto al voto 21.434 elettori, 1,9% della popolazione. I votanti furono 15.238, il 71,2% dell’elettorato, i voti validi 9.007. La regione viveva una situazione di estremo disagio e di notevole degrado, i dati del primo censimento generale della popolazione del 1861 fecero emergere un quadro complessivo estremamente preoccupante.

In Calabria vivevano 1.141.396 abitanti, la densità era pari a 76 unità per Kmq, l’indice di natalità era del 37,8%,la mortalità infantile era particolarmente alta. Tra il 1861 e 1863 ci furono 44.987 nati e 38.454 morti, di cui 10.575 nel primo anno di vita. Ricorrenti erano epidemie, malattie infettive e parassitarie, la situazione igienico-sanitaria era precaria, la sotto-nutrizione era diffusa, frequenti le calamità naturali. La popolazione per circa il 90% ‘era accentrata in un pulviscolo di borghi rurali compresi tra montagna interna e aree collinari, il territorio era estremamente frazionato e poco unito, i contadini ritornavano la sera a casa dopo aver percorso lunghe distanze per raggiungere particelle di terra distanti chilometri’. Le loro case erano spesso costituite da pagliai nei quali vivevano assieme agli animali, il cibo era scarso, qualche volta erano costretti a mangiare erba selvatica. Difficoltà orografiche e geologiche costituivano un ostacolo alla realizzazione di strade e vie di comunicazione. I paesi erano isolati, durante la cattiva stagione, le strade irrecuperabili, ridotte spesso a piste rudimentali, disordinato il regime delle acque. Nel 1863 esistevano nella regione solo 427 chilometri di strade nazionali, dei quali 333 erano costituiti dalla strada delle Calabrie, l’arteria principale, costruita tra il 1778 e il 179, che congiungeva Napoli a Reggio, impervia e spesso inagibile in inverno. 371 comuni su 412 non avevano alcuna traccia di strada.

‘La regione non contava neppure un metro di strada ferrata, pochissimi erano i porti, i Borboni avevano costruito solo alcuni approdi’. Altissima era la percentuale degli analfabeti, oltre il 90%, ancora l’87% nel 1871. Lo Stato aveva affidato istituzione delle scuole primarie e retribuzione degli insegnanti agli enti locali, i comuni calabresi, però, non erano in grado di provvedervi per bilanci poverissimi e dissestati. ‘La nuova tariffa doganale, emanata all’indomani dell’unificazione, provocò la cessazione di alcune industrie e l’interruzione di diverse attività, che non solo decaddero ma finirono, addirittura, con loscomparire per mancanza di capitali e di capacità imprenditoriali. Si ebbe anche il crollo della produzione domestica e contadina disseminata nelle campagne anche per l’assenza di vie di comunicazione’.

L’agricoltura rappresentava la principale attività economica, occupava il 72,9% della popolazione calabrese ed era in una situazione di pesante degradazione e di immobilismo per numerose cause: ‘tecniche agricole alquanto arcaiche ed inadeguate per una più razionale utilizzazione del suolo e quindi per un maggiore tasso di produttività della terra; presenza di un esteso latifondo – i terreni del Marchesato, ad esempio, erano in mano a pochi latifondisti, il più esteso quello dei Barracco- indeterminate zone della regione, abbandonato o mal coltivato e concentrato nelle mani di una aristocrazia terriera tradizionalmente assenteista e priva di una vera cultura agricola, quasi mai disponibile a reinvestire la rendita fondiaria nel miglioramento della produzione; estrema polverizzazione particellare della proprietà contadina, relegata nelle aree meno fertili ed ancorata a sistemi di coltura molto primitivi; paesaggio agrario povero di risorse in collina e in montagna e particolarmente malarico nelle parti pianeggianti; mancanza o eccessiva difficoltà di una rete viaria in grado di poter avviare uno scambio di prodotti agricoli; varietà del clima tra le zone costiere e quelle interne, dove la lunga aridità estiva ed il cattivo regime delle acque influivano sulle colture e sulla vegetazione’. Si aggiunsero, ad un’agricoltura già tanto disastrata, la diffusione della pebrina, una malattia che aveva provocato il dimezzamento del raccolto dei bozzoli ed il conseguente crollo della produzione della seta, e la crittogama, che aveva ridotto significativamente la produzione del vino.

‘Gli opifici rimasero sempre piccoli laboratori con macchinari scadenti e maestranze improvvisate, provenienti quasi tutte da famiglie contadine’. Mancava un disegno di politica agraria complessiva, i grandi proprietari ed affittuari, piuttosto che correre rischi, avevano preferito investire i loro capitali nell’acquisto della grande proprietà demaniale e dei titoli di Stato. Lo Stato, bisognoso di denaro, aveva messo a disposizione gli strumenti legislativi per ratificare l’usurpazione. La terra non riusciva a sfamare larghe masse di popolazione calabrese, ‘il rapporto tra risorse e consumi si era drammaticamente squilibrato, giacché la popolazione della regione era andata crescendo. Altre forme di economia ricevettero un colpo assai duro dall’unificazione. Basti pensare al tracollo e alla “pressoché immediata soppressione delle attività minerarie e del sistema di ferriere di Mongiana-Ferdinandea-Serre, che prima fabbricavano armi, munizioni e taluni macchinari. Nel giro di qualche anno gran parte dei residui ferrosi fu svenduto alle ferriere dell’isola d’Elba, e gli impianti del comprensorio delle Serre, messi all’asta, finirono in mano alla famiglia Fazzari’.

Pur se si trattava di un’industria assistita dallo Stato borbonico, ‘la ferriera di Stilo e lo stabilimento di Mongiana, aziende organizzate su basi moderne, occupavano circa 1000 operai, giovani prevalentemente, e molti fanciulli’. Il fenomeno più importante e più cruento è rappresentato dal brigantaggio, che ‘non ebbe l’intensità della guerriglia del 1806-15, nonostante l’appoggio anche del clero locale. La cosa fu dovuta alla maggiore efficienza dell’esercito piemontese chiamato alla repressione.

La borghesia era ormai dichiaratamente schierata con la nuova dinastia e col nuovo governo, e solo alcuni episodi di manutengolismo coinvolsero qualche fascia agiata di Calabria’. La Sila fu la grande protagonista del brigantaggio con tutti comuni circostanti sia del catanzarese che del cosentino. Le bande di Pietro Bianco di Bianchi, di Giovanni Seinardi Pietrafitta, di Ninco Nanco, Tardio, Caruso, e tante altre ancora, dominarono incontrastate. ‘La miscela di avversione politica, di tensione sociale e di disposizione a delinquere restava equivoca, e indeboliva il brigantaggio di Calabria. Se ne accorse José Borjès, il sognante militare legittimista con la vocazione del riscatto del Mezzogiorno. Inviato dal generale Clary, Borjès, nuovo Fabrizio Ruffo, sbarcò a Brancaleone e di lì si avviò verso l’interno, per congiungersi con le squadre del brigante Crocco. Il tentativo non ebbe successo. Erano quelle brigantesche bande formate da cinque, dieci, venti persone, armate di fucile e di stocco, una spada corta, o di pugnalio, quando non c’era la possibilità di avere delle normali armi, un ferro puntuto a ‘guisa di stocco’. La maggior parte delle bande era formata da braccianti o giornalieri, operavano soprattutto in aree di montagna e di collina interna, le zone più impervie. Il metodo di lotta era rappresentato dalla guerriglia, i briganti non affrontavano mai frontalmente la forza pubblica. L’età era compresa tra i 19 e i 30 anni. I briganti vivevano una vita molto difficile, c’era una severa disciplina, una gerarchia molto precisa. Negli scontri contro le forze dell’ordine i feriti più gravi venivano abbandonati o fucilati. Andavano a cavallo, vivevano spesso di razzie, vestivano calzoni a gamba, cappello a cono, giubbetto colorato, mantelli neri. I capi avevano un cappello a larghe falde con nastrini colorati. Non mancarono ‘brigantesse’ che si distinsero per il loro coraggio. Filo rosso che univale proteste dei briganti era costituito dalla miseria e, soprattutto, dalla protesta sociale contro il nuovo Stato, che aveva reso ancora più povere le classi contadine, che soffrivano la fame,quella autentica, e vivevano in condizioni ai limiti della sussistenza.

La situazione di miseria e di degrado della Calabria non mutò nel tempo. L’aumento della popolazione, anzi, arrecò i primi squilibri tra risorse disponibili e consumi, le prime ancora rigide, i secondi in continua crescita. Granicoltura, vitivinicoltura, olivicoltura restarono le voci essenziali della produzione calabrese; ed esse dovevano fare i conti con gl’interni bisogni crescenti – più bocche da sfamare – e con una concorrenza esterna.

I problemi economici e sociali rimasero ed erano ‘quelli della miseria contadina, dello scarso flusso di capitali nelle campagne, della rapacità delle istituzioni creditizie, della incapacità delle manifatture locali a giovarsi dell’ampliamento del mercato, della parassitarietà delle città grandi e medie, del gravame fiscale, dell’incerta collocazione del clero, e così via. Fallì un successivo slancio rivoluzionario: nel 1862 Garibaldi sbarcava ancora una volta a Melito Porto Salvo. Le sue fila si ingrossavano di popolani e contadiniche lo vedevano come portatore di riscatto, punitore di quegli avversari di classe che avevano tradito entrambi, ma fu bloccato ad Aspromonte il 29 agosto e addirittura ferito dai piemontesi comandati dal Pallavicini.
Era la fine dell’eroe Garibaldi e anche della Calabria eroica. Un cippo su quella montagna ricorda l’episodio. Il resto è silenzio.

Il presente articolo dello storico MARIO CASABURI è stato tratto dalle pagine culturali del Quotidiano della Calabria