Tra le pagine dedicate alla cultura pubblicate sul Quotidiano della Calabria di domenica 9 Maggio, una su tutte ha acceso la mia curiosità: quella dedicata a Giuseppe Parrello, giornalista ‘d’altri tempi’ come lo definisce Andreana Illano, autrice del pezzo giornalistico. Non conoscevo questo giornalista se non per sentito dire. Non sapevo quanta passione e quanta meticolosa perseveranza avesse praticato nella sua lunga carriera di scrittore e giornalista. Un reportage che mi ha permesso di conoscere meglio un altro di quei calabresi che hanno fatto la storia del giornalismo italiano e dato lustro alla Calabria intera, raccontandola con sincera devozione e con onestà intellettuale davvero ‘d’altri tempi’. Un approfondimento che mi ha stimolato a cercare i suoi libri per iniziare a conoscerlo meglio. Ringrazio la giornalista del Quotidiano auguroando a tutti una buona lettura.

Giuseppe Parrello, classe 1923, corrispondente storico ha saputo raccontare la Calabria nascosta e impenetrabile

UN GIORNALISTA D’ALTRI TEMPI

di Andreana Illano

L’amore perla sua terra e la passione per la scrittura.

Giuseppe Parrello, classe 1923 è un giornalista d’altri tempi, vive a Palmi, in una casa-tempio, dove cisono ritagli di giornali e migliaia di articoli e lettere di encomi e libri e poesie. Due vite o forse tante altre, al mattino insegnante elementare e nel pomeriggio reporter, di quelli che indossano scarpe da trekking, che conoscono la strada e gli umori della gente e le parole dure della mafia e il fuoco omicida. Parrello e l’Aspromonte, da Palmi passando per la Locride, fino alle cime più aspre della montagna, nota solo ai pastori, eccolo Giuseppe che, fin dagli anni Quaranta, aveva una passione, quella della scrittura. È stato capace di raccontare la terra dove è nato, forte della sapienza di chi vive qui e ha sangue calabrese. Dopo le ore trascorse in classe era pronto a fare l’inviato, gli bastava un tesserino da pubblicista, una macchina fotografica, un blocchetto per gli appunti. Non si scoraggiava davanti a nulla. Parrello è stato un ponte tra la Calabria e altre città d’Italia, scriveva per il Corriere della Sera. il Giorno, il Tempo. il Messaggero, Il Mattino, quando la Calabria diventava incomprensibile al mondo, quando spariva un imprenditore nel nulla. Ed era inutile cercarlo, anche se si battevano le montagne palmo, palmo. La Calabria in quei tempi era solo dei calabresi, quelli che mostravano al mondo di conoscerla bene, erano gli anni dei sequestri di persona, che duravano mesi, anni. Era una Calabria impenetrabile quella che raccontava Parrello. Ancor più isolata di oggi, dove sembrava che il brigantaggio avesse lasciato un segno, quando pareva che il fenomeno, nei secoli, si fosse trasformato in un Antistato, in una ferita indelebile del sud. Non era la ’ndrangheta del business della droga quella di Parrello, ma quella della lupara, del battesimo dei mafiosi alla Madonna dei Polsi, aveva forse un codice, delle regole. E Parrello riusciva a raccontarla. Un grido del sud, erano le sue parole scritte con un Olivetti. Battute una per una, in fretta e furia, quando si stampava ancora con il piombo e c’era il ‘fuori sacco’, articoli sigillati in busta, destinati ai giornali, che lottavano contro il tempo per avere notizie recenti sempre più velocemente al prezzo minore possibile. A quei tempi l’editoria venne ammessa al servizio gratuitamente pagando la sola affrancatura ordinaria. Una conquista. Quella di Parrello era una vita da cronista, capace di legare insieme l’Italia. Era il 1940 e Parrello già scriveva. Lui, esile, maestro elementare, sette figli e una moglie dolcissima che l’assecondava nella sua passione, da Palmi inviava le notizie. E raccontava la Calabria. Riuscì a collaborare con l’Ansa, a scrivere per la Reuter di Londra, con la Rai, ad aprire una sede di Canale 5.

Erano tempi di storie spezzate, di una Calabria che urlava il suo disagio, quando gli imprenditori del nord venivano rapiti e tenuti nascosti in buche dell’Aspromonte che nessuno riusciva a scoprire. Era un’altra terra. Solo col tempo lo Stato pensò di ricorrere a delle leggi per evitare che si speculasse sui sequestri di persona. Parrello non si arrendeva mai. E di encomi in questi anni ne ha ricevuti tanti, dalla Provincia, dal Comune, tant’è che durante la Settimana della cultura, l’assessore di Palmi, Nunzio Laquaniti, ha pensato non solo di offrirgli una targa, ma di aprirlo al confronto, ecco per un giorno Palmi ha raccontato un pezzo della sua storia. Perchè in Calabria non ci sono soltanto i mafiosi, i morti ammazzati, ma anche chi dà onore alla sua terra. «E poi Palmi ha una storia antichissima- dice l’assessore Laquaniti, che cerca di trasformare il Comune dove vive, con l’arma della cultura – dobbiamo dare lustro a chi ne ha segnato la storia». Parrello è una lezione vivente. Un modo di alzare la testa. Da calabrese. Anche se oggi è fragile, ha tanti anni e tante vite il vestito buono gli sta addosso un po’ largo, anche perchè lui è reporter da strada, di quelli che sono abituati a percorrere i chilometri. Un giorno ha incontrato Giorgio Bocca, era lì in Calabria e in un suo reportage racconta: «Ci sono gli avvocati di mafia e i giornalisti di mafia, ne ho conosciuto uno a Palmi, di nome Giuseppe Parrello, il suo ufficio è uno stanzino tappezzato di ritagli di fotografie e di storie». E a Bocca Parrello raccontava: «Un giorno vado a Delianova e vado dall’appuntato dei carabinieri, c’è stato un assassinio e io ho bisogno delle fotografie del morto e del suo omicida. “Appuntato me la da’ una mano per le fotografie?” Lui che è un amico, dice che va bene, andiamo a casa dell’assassino, non risponde nessuno, l’appuntato dà una spallata e lo troviamo là con il fucile in spalla, non sapeva se sparare o fuggire». E ancora Parrello racconta: «Un’altra volta sono andato a casa di un latitante. Mi aprì la madre. Dopo poco sentii urlare: «No, Rosario non sparare è un giornalista», eh già il latitante era sul tetto, pronto a sparare. Uno qua quando fa il giornalista rischia la vita». Ma Parrello non si è mai arreso. Nella sua memoria i ricordi sono nitidi. E Sigfrido, suo figlio, da annili ascolta, attento, forseanche per questo ha deciso di seguire le orme del padre. E non si è piegato Giuseppe Parrello, neanche quando gli hanno incendiato l’auto, neanche quando arrivato a casa si trovò di fronte i carabinieri che lo portarono in cella. Fu arrestato. Era infatti riuscito a sapere, in anteprima, le rivelazioni di alcuni pentiti che incastrarono tre giudici. Un giro di intrighi, veleni, talpe, ecco come appariva la procura. Erano anni bui. Parrello si fece il carcere. Quando tornò a casa l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini gli scrisse un telegramma, augurandogli di risolvere la sua vicenda giudiziaria. Fu allora che come uno squarcio al mondo la Calabria si aprì, qualcuno si accorse in Italia che, oltre i sequestri e la ‘ndrangheta, c’era un altro mondo, un’altra logica che muoveva la Calabria. Parrello non si è mai stancato. Era lì sul luogo dell’attentato durante i moti di Reggio e del ‘Boia chi molla’, quando nei pressi della stazione ferroviaria di Gioia Tauro ci furono addirittura sei morti e quarantasei feriti. Fece da guida a Mike Buongiorno arrivato in Calabria e ad Enzo Tortora e, instancabile, ha scritto libri, tracciato la geografia di tutte le ‘ndrine, delle famiglie intrecciate da legami di sangue e affari. È stato fondatore del Premio Aspromonte, senza mai trascurare l’editoria della sua terra, ha scritto per il Quotidiano, ha lavorato per Antenna Sud, Telecalabria. Conosceva così bene il suo territorio che riuscì pure a intervistare latitanti come Domenico Maisano di Rizziconi, Giuseppe Barca di Oppido, Michelangelo Franconieri. Oggi nel suo studio, piccolo, dove è custodito il suo archivio, in bella mostra ci sono i versi per sua moglie, volata al cielo qualche anno fa. «Senza di lei m isento solo», ripete. È questo ora il suo cruccio, anche se ha accanto a se’ tanti che lo amano. In fondo il riconoscimento durante la Settimana della Cultura è il segno che Palmi riconosce un suo figlio. E non è cosa da poco in Calabria.