bagnara-calabra.jpgTempo fa, non molto per la verità, visto il meschino e subdolo lavoro di Kronos che, veloce come un saetta, fa soccombere quasi tutti gli uomini attaccati al tempo della storia che divora la memoria, una notizia di cronaca, portava sugli altari dei palinsesti  nazionali la questione delle spadare di Bagnara. La loro imminente fine per intenderci meglio. Le ‘bagnarote’ invece, erano e rimangono la provocazione della Calabria tutta, e, credo – se le conoscessero meglio – dell’Italia intera. Una nota dell’Ansa, a quel tempo – era il  6 Giugno del 2006 -,  così titolava a proposito dei fatti di Bagnara: ‘tafferugli sono avvenuti nel pomeriggio a Bagnara Calabra dopo che il personale della Capitaneria di porto ha sequestrato alcune reti da posa per la pesca, comunemente dette ‘spadare’. Le mogli di alcuni pescatori, appresa la notizia, hanno inscenato una manifestazione di protesta contro il provvedimento. Le donne hanno anche lanciato sassi e bottiglie contro il personale della Capitaneria di Porto. Per placare gli animi sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Palmi’.

Bagnara Calabra, un gruppo di mogli di pescatori, disordini e sassaiole: ce n’era forse abbastanza per rievocare famigerati accapigliamenti che pare,  fossero in passato frequenti in queste stesse contrade, per un’animosità femminile divenuta proverbiale.

Sarebbe rimasto deluso chi avesse cercato tra queste donne dei pescatori d’oggi – mogli, sorelle, figlie, fidanzate – le forme procaci delle bagnarote che, complice tanta letteratura, hanno invaso sogni e fantasie insolenti, con quelle sinuosità d’anfora, una mano stretta ad ansa sul fianco e l’altra a reggere la cesta della mercanzia sul capo? Quel moto ondulatorio di gonne acconciate, l’odore di acque salate del pesce fresco, gli sguardi accesi, si imprimevano direttamente dai sensi alla scrittura.

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Figure femminote le definisce Stefano D’Arrigo nelle pagine viscerali di Horcynus Orca, e prepotente soggioga la malìa di quelle ‘gambe lunghe/il petto lattoso/il busto sfilato/potente/il personale teso come un fuso’. E’ una ‘parola’ la sua che sa dipingere con efficacia l’esuberanza di una sensualità tutta materia, ch’è fatta di mare, di sabbia, di carne e di latte. Ancora insistita sulla fisicità vivace la descrizione di Luigi Papagliolo: dalle forme giunoniche, statuarie, alte, diritte, vestite di cotonina semplicemente ma pulitissime, forti ed energiche.

Le bagnarote icone di un’estetica florida, le bagnarote vessillo e mito di un’indipendenza femminile altrove neanche pensabile. Le bagnarote vittima di aggressioni verbali che manifestano tutto il disappunto collettivo per una possibilità di movimento e determinazione della donna che appare quasi un sacrilegio. ‘I fimmini i Bagnara su belli i fora e brutti i dintra’, recita un proverbio diffuso dalle mie parti come nel reggino. Donne che svolgevano alacremente compiti tradizionalmente maschili, dedite al commercio, anche al contrabbando di sale e tabacco nel periodo fascista. Una consuetudine che risale almeno alla seconda metà del XVIII secolo: al primo albeggiare erano già pronte a partire, cesta sul capo e piedi scalzi, in treno ad animare i paesi limitrofi o distanti, dove la loro voce riecheggiava per tutto il giorno, bandivano il pesce ad altri generi giunti  via mare a Bagnara e li barattavano con i prodotti dell’entroterra. Alcune s’ incamminavano nel cuore della notte per raggiungere i paesi privi di linea ferroviaria, similmente al mio genitore, che da Drapia, raggiungeva Tropea a piedi per prendere il treno, similmente a tutta una serie di calabresi che facevano la stessa cosa negli anni ’50 e ’60. Ma loro, le femmine di Bagnara, si adoperavano anche per il trasporto dei sacchi di sabbia, nell’attività edile e di legname e quant’altro fosse necessario. Donne che avevano fatto della loro fatica il più stretto legame con il territorio e un mare risorsa di pesca e di affari, in una regione tendente a ritrarsi dalla costa.

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Tutte le descrizioni e le ricostruzioni, muovendo chi più chi meno dalle fattezze corporee, concordano sul temperamento litigioso e finanche ferino di queste figure, che parrebbero richiamare alla memoria le loro consorelle della tradizione nordica, le traghettatrici svedesi per esempio, che già dal ‘600 controllavano a Stoccolma una fetta non trascurabile dei trasporti marittimi ed avevano fama di incontenibili attaccabrighe, facendo inorridire i benpensanti col loro lessico salace e blasfemo, oggi raccontate ai turisti dalle guide locali.

Eroine letterarie, in realtà esse vivevano una condizione non sempre felice, certo soggetta alla prepotenza del caporalato nelle attività per le quali erano assoldate a decine e, nondimeno, ad una considerazione ambivalente.

Corrado Alvaro, in ‘Un treno del Sud’, ha lo sguardo carico d’amore e di ritegno di… ‘chi è nato in quell’estrema punta di Calabria e a vedere queste donne si rinnova tutto il mondo dei ricordi, della madre, della sorella, della bambina con cui abbiamo giocato nell’infanzia…donne di fatica pellegrine da paese a paese’…, portano con sé anche le loro figlie piccole, cui affidano il trasporto d’una resta d’agli a tracolla, per educare alla fatica. Vestire di semplice cotonata, farebbero pena, ci dice ancora lo scrittore, se non avessero  ‘quel contegno, quel segreto, quella fierezza…’

Le bagnarote di Alvaro hanno negli occhi un lampo di disperazione.

E Vincenzo Spinoso, già nel 1949, lamentava l’ingiusta fama di lottatrici aggressive ed immorali che circondava queste creature quasi verghiane nella sua visione, che ‘si fanno tigri per non soccombere’, sottolineando quindi la durezza delle condizioni in cui versavano le fasce più deboli di popolazione. L’economia della famiglie e dei paesi calabresi ha sempre tratto vantaggio dalla manodopera femminile: raccoglitrici d’olive e braccianti con impieghi stagionali o giornalieri rappresentavano una risorsa fondamentale, benché non riconosciuta, molto prima che le rimesse dell’immigrazione giungessero a mutare il tessuto socio-economico. Di tutte queste lavoratrici rimane eco nelle pagine della storia, solo qualche nome conosce a volte momenti di notorietà in seguito a fatti tragici che le hanno viste protagoniste delle lotte per la riconquista delle terre.

Delle bagnarote è rimasta forse una rappresentazione orientata più da canoni estetici che da ricostruzioni del vissuto e le loro fattezze si confondono con altre immagini stereotipe che coinvolgono la donna calabrese: saldamente ancorate a sembianze corporeee, non richiamano certo alla memoria una popolazione iconografica alla Egon Schiele, né tubercolotiche grazie mitteleuropee che hanno riempito sanatori letterari, ma donne mediterranee avvenenti, oggetto di continue ribalte mediatiche.

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L’immaginario crea e disfa soltanto giustapponendo frammenti, in un clima in cui talora riemerge perfino una sorta di neo-lombrosianesimo pret à porter.

Sono, invece, le bagnarote schegge di esistenze ordinarie che, registrate con pazienza, ridimensionano pregiudizi e chiché e riportano a realtà quotidiane alle quali è necessario prestare ascolto. A Bagnara sono ancora le donne ad aver voluto dare voce ad una contesa, che non è quella infinita fra uomo e mare, cara ai versi di Boudelaire, ma, in tono minore e sotto molti aspetti attuale, la battaglia ingaggiata tra forze dell’ordine, ambientalisti, animalisti, associazioni categoria e pescatori, per sconfiggere la pesca illegale con le spadare, che continuano a fare stragi di capodogli, balene, delfini, tartarughe.

Queste donne che – senza più abiti tradizionali né gerle a contraddistinguerle – difendevano quella che ritenevano l’unica possibilità di avvenire lottando insieme ai propri compagni, madri e casalinghe, alcune occupate nelle imprese a conduzione familiare che si fondano sulla pesca o altrove, e ancora studentesse, sono anch’esse volti di una Calabria contemporanea e contraddittoria, presente e già passata, sempre in bilico tra necessità contrastanti.

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Il divieto di impiegare chiama in causa tutti gli interessi che allora come oggi gravitano intorno alla gestione del patrimonio ambientale e marino, questione estremamente spinosa, dal momento che, anche a livello internazionale, gli accordi si scontrano spesso con consuetudini difficili da mutare; è il caso, ad esempio, della pesca alle balene che continua ad essere praticata, spacciata per necessità di studio scientifico, in Giappone, dove la carne di questi cetacei riscontra particolare preferenza nel gusto alimentare diffuso. Sulla costa tirrenica meridionale, la necessità urgente di salvaguardare fauna ed ecosistema marino, di proteggere le specie a rischio d’estinzione, si scontra con politiche e rituali della pesca tramandati da generazioni, col rifiuto del cambiamento e dell’innovazione, certo, ma anche con il timore di intere famiglie per la sopravvivenza. Dal punto di vista delle mogli dei pescatori, la lotta ha assunto spesso la forma di un ‘braccio di ferro’ con il governo e i suoi rappresentanti, che, a qualsiasi livello, sono percepiti come assenti, incapaci di ascolto e dediti alla cura dei propri interessi personali.

Du statu non voggju nenti, ovvero, dallo Stato non voglio niente, era quanto gridava allora una delle donne più impegnate a difendere le prerogative della pesca con le spadare. Occupava insieme ad altre donne ‘bagnarote’ i binari della stazione ferroviaria. Alla domanda, rivoltale allora da un cronista, di cui conservo l’articolo apparso sulla Gazzetta del Sud del 15 Giugno 2006, in cui le si chiedeva le ragioni di tale affermazione, ella cosi rispondeva: ‘ci tengo alla famiglia e al lavoro, non sono la donna col perizoma, mi vesto moderna ma ci tengo alla famiglia’. I bagnaroti avimu a vucca, gridiamo ma non facciamo violenza, questa una frase che insieme alla prima quella più pronunciata in quella occasione. Nui dormimu ‘nta rina, anche quando siamo in cinta, capito? Questo quanto affermava quella donna che di nome risponde a Carmela Tripodi, coetanea, classe 1967. ‘Siamo scese in campo noi mogli giovani, perché gli uomini sono stanchi, loro non hanno mai  avuto a che fare con la legge e ora stiamo vedendo ogni giorno tutti questi carabinieri e queste motovedette’. E’ dura nei confronti dei politici locali e nazionali. ‘Noi non vinciamo questa battaglia perché non abbiamo una politica vera in Calabria: i politici del cerchio Bagnara-Sicilia-Napoli non hanno interessi personali nella questione e allora si tolgono i sassolini dalle scarpe contro di noi. Va al governo la sinistra e spara contro la destra, va al governo la destra e spara contro la sinistra. Loro pensano che siamo ignoranti; si, siamo ignoranti, siamo storti, ma fissa no! Ignoranti perché se uno si presenta alle elezioni e ci promette noi lo votiamo. Non ne capiamo molto di politica. I nostri mariti non sono quelli che si mettono la cravatta e vanno all’ufficio, si alzano prestissimo, si fanno la croce e vanno a mare. D’inverno, quando ci sono lampi e tuoni e la finestra sbatte, mi alzo spaventata per vedere se mio marito è a casa o è fuori in barca. Il marito pescatore è assente dalla famiglia, non è come l’uomo che lavora a terra, che accompagna i figli a scuola o ti porta in giro per il weekend’.

Parla con orgoglio questa donna, parla del sentimento che ancora porta i giovani a scegliere la pesca. ‘Mio figlio di 17 anni va a mare col padre, è la sua passione, frequentava il liceo scientifico, ma il mare era più forte della scuola. Quando arrivava il mese d’aprile se ne andava con la testa, poi ha deciso di lasciare la scuola, anche se i professori hanno insistito’. E preme sulle difficoltà che questa scelta comporta:’ un ragazzo giovane che lavora in barca con mio marito ha la moglie incinta e dice in questo periodo o a casa o in carcere, dobbiamo andare a mare, dobbiamo mangiare. Loro crescono già con la voglia di andare a mare.’

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Della notte sui binari ricorda il freddo, c’erano anche ragazze di quindici e sedici anni, qualche giovane fidanzata di un pescatore avvolta in un piumone o in un sacco a pelo. Quando l’aria sferzante dell’alba ha avuto la meglio, qualcuna ha percorso con l’auto a clacson spiegato le strade del rione Marinella, per svegliare altre donne e portarle a dare il cambio a quelle più stanche e infreddolite: sono accorse spaventate, senza lavarsi né pettinarsi, temendo il peggio, temendo che ‘la legge’ avesse preso le loro compagne, tra le quali c’era anche una donna incinta ed una che allattava.

‘La piccola pesca in Calabria ha tanti problemi: come gli albergatori qua fanno affari solo in estate, noi facciamo affari solo quando c’è il pesce spada’. Così Carmela torna a sottolineare la distanza dello Stato. ‘Qua abbiamo avuto più dispiaceri con lo Stato che con la mafia, loro non ci hanno mai ricattato perché sanno le condizioni dei pescatori’. E ancora:’ abbiamo comprato le barche e ora non vendono più a cambiali ma in contanti: se non c’è pescato, a chi dobbiamo rivolgerci?’ All’usura? In Calabria siamo non a Milano!’

Prima di terminare quell’intervista ci tiene a porre una sorta di sigillo alle sue stesse parole: ‘Ccu guerra e ccu paci, sta pisca si fici e sta pisca si faci, (sia in guerra che in pace, questa pesca si è fatta e questa pesca si farà) firmato Carmela Tripodi, scrivilo non ho paura della legge, con l’onestà puoi andare ovunque – a tutti i vandi – noi non abbiamo mai rubato. Quando uno è sincero, c’è Dio che l’aiuta. I soldi li hanno rubati alla regione e al Comune, noi non abbiamo rubato mai’.

Non sembri affettato oppure olografico il richiamo al passato contenuto in questo post: pare che le bagnarote indomite che facevano la spola tra i rioni, paesi, città, spesso sul capo un pesce spada di dimensioni rilevanti trasportato su una semplice tavola di legno, donne come Carmela, abbiamo recuperato anticorpi belluini idonei a camminare, sempre e comunque, in qualsiasi condizione atmosferica e di terreno, con la propria mercanzia-fardello in equilibrio sul capo, avanzando senza ripensamenti  e tentennamenti palustri. Le spadare di Bagnara che per secoli sono state uno degli idiomi più rappresentativi del mare nostrum  e del suo humus, oggi sono ferme o quasi ferme. La pesca a Bagnara del pesce spada si è radicalmente ridotta così come l’economia legata a tale fattore. Ma le donne di Bagnara, quelle con la cesta sulla testa, le ancelle della bellezza cruda e forte della Calabria che non c’è più, quelle invece sono ancora ‘in campo’. Vederle, ricordarle, riproporne la loro proverbiale e dinamica esuberanza, la loro ancestrale e cruda bellezza, credo sia un dovere per chi di cose di Calabria vuole dire, per chi di cose di Calabria si vuole nutrire, per chi questa femminilità ha sempre guardato con meraviglia e rispetto.

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