1807607250.jpgKarl Kraus, celebre inanellatore di aforismi, diceva: ‘Chi scrive libri lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo’!

Penso si possa applicare la stessa formula anche alle ‘faragule’, le scriviamo solo se non troviamo la forza di non scriverle. Io, ultimamente, certamente ve ne sarete accorti, sono stato fortissimo, ho resistito moltissimo e, come conseguenza, ho scritto pochissimo.

Poco male potrei-potreste dire. Oggi no, oggi sono particolarmente debole, non riesco a resistere, per farlo dovrei avere a disposizione una forza titanica, che non ho.

Premetto che quello che scriverò non deve essere considerato un giudizio espresso sull’attuale amministrazione, negativo o positivo che sia, non ne avrei l’autorità, non conosco nemmeno i fatti.

Inoltre i legami di parentela con il sindaco sconfitto, l’aver avuto legami di amicizia infantili ed adolescenziale, protrattesi fino all’età matura con il sindaco in carica, farebbero sì che il mio giudizio non potesse considerarsi sereno. A raccontarla sono stato indotto dalla richiesta della mia amata nipotina Chiara.

Suvvia, chiudiamo la premessa, più lunga del solito, quantu nu passiu,come avrebbe detto mia madre, e veniamo a noi. Oltretutto non credo sia mio compito giudicare nessuno, essendo il mio scopo un altro: raccontare, come so, bene o male non importa, una faragula.

L’altra sera, nel mio studio professionale, l’isolachenoncè, io seduto alla scrivania, Chiara nel tavolinetto di fronte, con carta e matite colorate, Max, il mio Beagle, abbaiante nel giardino esterno, protesta perché non vuole rimanere solo, è socievole e vuole stare in compagnia.

Chiara, che non si tace un minuto, incomincia a raccontarmi dell’asilo che frequenta ad Agrigento e mi domanda notizie su quello che io frequentavo, a Tropea, quando avevo la sua età.

Ed io parto per questo viaggio all’indietro, le racconto di un palazzo bellissimo, nel centro storico di Tropea, le cui fondamenta poggiavano sulla rupe della nobile Città, in questo luogo le Suore di Carità custodivano i piccoli tropeani.

E vengo preso dalla foga, non posso non raccontarle di un albero di arancio piantato al centro del cortile dove, nitida la scena agli occhi della mia immaginazione, una bimba che credevo principessa sosteneva il ruolo di lavandaia ed io, sperando di essere scelto da lei quale principe, facevo il girotondo tenendo per mano le altre bimbe e bimbi.

Concetta, la cameriera delle suore, ogni tanto, per ristabilire l’ordine, minacciava di portarci ‘nto catarrattu’ o, peggio ancora, ‘nta sala mortuaria‘.

E sì, perché i locali dell’asilo erano ubicati nello stesso palazzo in cui c’era l’Ospedale e la Chiesa di Santa Chiara, retta dal parroco Abate Gioacchino Jannelli.

Diventato grande e medico, dopo aver trascorso gli anni del Classico al Palazzo Giffone, di cui parleremo dopo, trascorsi una notte in questo Ospedale.

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 Mio papà era presidente, io giovane medico in vacanza, il primario chirurgo era rimasto da solo, venne chiesto a tutti i medici tropeani presenti in loco, a qualsiasi titolo, di fare qualcosa perché il loro Ospedale potesse sopravvivere.

Un Ospedale carico di storia e gloria se, come sembra anche se non è certo, vi operarono i fratelli Vianeo, inventori della chirurgia plastica.

Là, nelle scale dell’Ospedale, quella notte in cui diedi il mio contributo di medico tropeano, vidi le targhe marmoree poste a memoria degli illustri concittadini.

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 Tante cose successero in quella notte, le rammento ancora, ricordandole riesco ad avere un vivido ricordo del vecchio ospedale.

Vecchio, sì, perché adesso si è trasferito in periferia, alloggiato in edifici nuovi, costruiti per questo scopo.

1622266444.jpgIl palazzo Giffone, invece, ospitava gli uffici finanziari, la caserma della guardia di finanza, il liceo classico Galluppi.

Vi trascorsi sei anni, approfondii la preparazione dell’ultimo anno ripetendolo.

Era un posto meraviglioso, un palazzo stupendo, anche esso con le fondamenta sulla rocca.

Finalmente, negli anni del liceo, frequentai una classe mista.

E fu qui che ritrovai la bella lavanderina, che continuava a non vedermi e che qui mi lasciò, per andare all’università, quando io rimasi ad approfondire la preparazione.

Questo il racconto che faccio alla piccola Chiara, di quattro anni, avida di apprendere tutte le notizie che si riferiscono a questa mitica e mitizzata Tropea del nonno.

Ma la bimba che è molto sveglia mi segue in tutto e si accorge dei mutamenti di umore.

Già in passato, narrandole le faragule tropeane mi è capitato di parlarle di don Pugliese, valente latinista che, rivolgendosi ai miei compagni ricchi ma duri di comprendonio, raccontava del romano che scappava per sfuggire all’eruzione del Vesuvio ed a chi gli domandava come mai non portasse con se alcuna suppellettile, con l’indice batteva sulla fronte e diceva:

“Omnia bona mea,mecum porto”, poi, rivolgendosi a me, come lui non fornito di grandi mezzi ma, così almeno lui pensava, in possesso di capacità razionatorie, “Nenti ndi ponnu pigghiari, Gugliè, tuttu cca avemu” continuando a battere con l’indice sulla fronte.

Questa faragula faceva pendant con quella di Cornelia, madre dei Gracchi, che, alle amiche che le mostravano, facendone sfoggio, monili e gioie, mostrava i figli dicendo:”Ecco i miei gioielli”.

Altra premessa ed altro volo pindarico.

Il mio cambio di umore, che non era sfuggito alla mia Chiara era stato provocato da una notizia letta su “Tropea per amore”, il Blog di Lucio Ruffa.

L’amministrazione comunale, avrebbe deciso, per fare cassa e fare fronte ai debiti, di vendere il palazzo dell’Ospedale Vecchio ed il Palazzo Giffone.

Una lacrimuccia che spunta tra le ciglia non sfugge a Chiara che mi chiede:

“Stai piangendo nonno? Perché?”

“No amore non piango, sono raffreddato”

Certo sono diventato triste pensando a Tropea che, alle altre città che con volgarità da parvenus mostrano le loro ricchezze, non potrà comportarsi come per secoli, mostrare palazzi come quello dell’ospedale vecchio e palazzo Giffone pronunciando la storica frase.

“Ecco i miei gioielli”.

Un’epoca è finita!