1807607250.jpgC’è stato un tempo in cui mi attraevano i Cimiteri. Ci andavo spesso, alcune volte accompagnato da mia sorella, altre da solo. Mi riusciva, passeggiando tra i viali, nella pace dei luoghi, di ritrovare il bandolo di quella ingarbugliata matassa che, spesso, è stata la mia vita.

Preferivo, di gran lunga, il Cimitero monumentale di Tropea. Bellissimo, posto in un luogo bellissimo e suggestivo.

Cimitero Tropea 2.JPG
Cimitero Tropea 1.JPG
Cimitero Tropea 3.JPG

 

 

 

 

 

Pure l’interno aveva una sua peculiarità, unicità tutta tropeana. C’era una barca di pietra che aveva trovato, finalmente, porto sicuro e pace.

Un monumento, in particolare, mi colpiva, un gran monumento di granito, ‘petra i mulini’, che rappresentava una coppia di filantropi tropeani, erano posti su un alto piedestallo ai piedi del quale, inginocchiata, pregava la loro cameriera.

Tropea - cimiteroConiugi Crigna tomba e monumento.JPG

La povera era stata condannata, non dico per l’eternità,ma nei secoli a servirli ed adorarli, suoi dei in terra.

Altri cimiteri avrei ed avevo conosciuto, prima e dopo quello di Tropea.

cimitero 4.JPG
cimitero 5.JPG
cimitero 6.JPG

 

 

 

 

 

 

Il cimitero di Faicchio, ad esempio, dove riposavano i miei nonni, una mia zia morta giovane di meningite, gli zii di mia madre.

Vi andavamo, durante il periodo della villeggiatura, tutti i giovedì pomeriggio, guidati dalla zia farmacista Fedora.

cimitero tropea 7.JPG
cimitero tropea 8.JPG
Tropea il cimitero.JPG

 

 

 

 

 

Prima passavamo dal convento delle suore degli Angeli,che si trovava lungo la strada, dove venivamo omaggiati  – mio zio era sindaco e prima di lui lo era stato il nonno – del burro di arachidi.

Per noi bambini, io e mia sorella maggiore, era ‘a marmellata i nucii, per gli Italiani i doni dei magnanimi figli dello zio Sam.

Più avanti visitavo spesso il cimitero di Acquafondata, posto tra le montagne dell’appennino laziale-campano, avvolto nel silenzio, espiravo l’aria pura e mi rendevo conto di chi era mancato, negli ultimi tempi, all’appello.

Da un po’ di anni,da quando sono in pensione, dal lavoro e dalla vita pubblica, non ci vado più.

Mi deprimerebbe troppo, troverei troppi coetanei che mi starebbero a ricordare che là mi aspettano e che l’attesa non sarà né vana né lunga.

Contribuirebbero a farmi deprimere.

In questo, ma non solo, sono totalmente diverso da Cola, un mio amico Gelese.

Lui, depresso cronico, quando proprio non ce la fa più, prende l’autobus e va a Farello, la località periferica dove, ammorbato dal fumo che eruttano h24 le ciminiere dell’ENI, è ubicato il cimitero extraurbano di Gela.

Entra dall’ingresso principale e si addentra tra i viali.

Il suo sguardo si posa sulle lapidi e non appena riconosce qualcuno dei trapassati: ‘Maria,beddu Cuciuzzu,cchiù carusu i mia…’

E giù un pianto disperato.

Continuando, dopo pochi passi: ‘Matri, donna Cuncittina, e comu potti essiri….’

La passeggiata continua, così pure gli incontri ravvicinati, sempre più disperati i singhiozzi.

Dopo circa un’oretta di questa funzione, Cola ripone il fazzoletto e, fischiettando, si avvia all’uscita in tempo, ma lui lo aveva calcolato bene, per salire sull’autobus in partenza che lo riporterà in Centro.

Ma cridiri, duttù, è megghiu do XANAX’

Per una settimana, Cola, è a posto.

Io no, non riesco.

A meno che….

A meno che a chiedermi di andare a Farello non sia una madre disperata a cui il mare crudele ha strappato la figlia, che adesso avrebbe sedici anni,circa un anno fa.

Come potrei rifiutare….

Significherebbe ammazzarla un’altra volta, togliere la vita a chi l’ha persa nel momento in cui ha perso il frutto del ventre suo .

Non so rifiutare l’invito, fin’ora ho glissato, non posso sarei inutilmente crudele.

L’appuntamento è per le 8,30 davanti casa mia.

Viene a prendermi con la sua macchina incidentata e ci avviamo sulla statale per Siracusa, lungo la quale è situato il cimitero di Farello.

Orribile, non solo la situazione, ma l’aria fortemente contaminata dagli effluvi dei prodotti necessari a far marciare questa civiltà dei consumi, tonnellate di zolfo e polveri sottili che si riversano nell’atmosfera.

Tremendo!

Il Cimitero, forse anche data l’ora, è deserto.

Entriamo da una porta secondaria e ci avviamo al padiglione dove riposa la piccola.

Da lontano la individuo, ci sono le sue foto, i suoi occhioni sbarrati per cercare di comprendere questo mondo ingiusto, complesso e complicato.

Ricordo l’ultima volta che l’ho incontrata.

Io mi avviavo alla sede del mio partito di sinistra in occasione di una ricorrenza elettorale, lei, da lontano, mi vide e mi chiamò.

Guglielmo – i suoi occhi brillavano di gioia al vedere me che l’avevo vista nascere – Sa mangiaru a sinistra. Ma noi siamo sempre compagni. Vero?”

Ora è qua.

La mamma mi mostra lo spazio davanti al loculo: “Vedi è il giardino di Lilli”.

Fiori, fiori, fiori stupendi, un cubo, candeline, dei palloncini a forma di cuore e stelline. Tutto quello che la mamma pensa le possa piacere. Lei pulisce tutto, recitiamo assieme una preghiera.

Piangere non mi riesce.

Del resto, per me, non avrebbe lo stesso effetto terapeutico che per Cola.

Mi allontano.

In silenzio la saluto.

Ricordo il nostro ultimo incontro e sempre in silenzio, ma un silenzio che è più forte di un urlo, le dico:

“Sì, Lilli, sempri compagni semu”