736702223.jpgA cinque giorni dall’attesa manifestazione di protesta ‘NO ALLA ‘NDRANGHETA’ promossa ed organizzata dal ‘Quotidiano della Calabria’, mi sembra il caso di pubblicare l’interessante e ben  articolato intervento di Luigi Maria Lombardi Satriani che le pagine dello stesso quotidiano ospitarono nella rubrica ‘Ossimori’ qualche mese addietro.

La peculiare analisi di Satriani sul fenomeno ‘ndrangheta, sintetica per ovvie ragioni di spazio editoriale, mossa nello specifico dal fatto concreto dell’arresto di un boss in terra di Calabria, mi convince e spero possa convincere tutti quanti, che la lotta a questa maledetta realtà, per essere efficace e vincente, deve tener conto di una serie di fattori che spesso vengono da tutti noi trascurati. Su tutti, la connivenza omertosa di chi ‘ndranghetista non è nella vita quotidiana che conduce, nell’accezione classica di ‘addetto ai lavori’, ma lo diviene o lo è di fatto nella mentalità, nei valori di fondo che tradiscono alcuni suoi comportamenti, negli atteggiamenti col prossimo, nel parlato e nel pensiero. Ecco, credo che questa consapevolezza, di fatto innegabile, possa preparare meglio, per così dire, la protesta che andremo a fare il 25 Settembre per le vie di Reggio Calabria. Per chi volesse unirsi e volesse manifestare un proprio pensiero, una propria riflessione, un proprio commento, in alto sulla colonna sinistra di questo blog è disponibile un banner che rimanda alla pagina dei commenti e delle adesioni all’iniziativa. Basta cliccarci sopra e lasciare il proprio nome sulla pagina online del Quotidiano della Calabria.

Dal momento che in ‘Ossimori’ della settimana scorsa avevo sottolineato l’urgenza di studiare la ‘ndrangheta nei suoi numerosi aspetti e nelle sue innegabili trasformazioni, avevo deciso di dedicare la rubrica di oggi ad altro argomento riferendo, ad esempio, di iniziative e fermenti positivi che animano, pur nella generale disgregazione, la vita associata della nostra regione. La cronaca, però, impone le priorità, facendo emergere volta a volta gli oggetti più drammatici e rilevanti di tale vita associata. Nei giorni scorsi è stato arrestato a Reggio Calabria Giovanni Tegano, settanta anni, latitante dal 1983, l’ultimo dei boss ancora in libertà, tra i pochi superstiti alla guerra di mafia che dal 1988 al 1991 provocò seicento morti. Dovrà scontare l’ergastolo che gli è stato inflitto al processo ‘Olimpia’.

Intorno alla questura centinaia di persone si sono riunite per applaudire il boss e manifestargli vicinanza, solidarietà. Si tratta, anzitutto, di familiari e parenti, che esternano il loro affetto; emblematico il gesto del genero di Tegano che solleva sulle sue spalle il proprio figlioletto perché possa essere visto meglio dal nonno, mentre lo applaude. Azioni di comprensibile, anche se non per questo giustificabile, familismo.

Ma non si tratta soltanto di questo.

A Reggio è andata in scena non soltanto la teatralizzazione degli affetti, ma quella della devozione e dell’appartenenza. Le persone che osannavano Giovanni Tegano, “uomo di pace” come molti lo hanno proclamato, si impegnavano perché tutti, e in primo luogo Tegano stesso, protagonista e destinatario della manifestazione, vedesse che si era con lui, che ci si dichiarava nonostante tutto cosa sua. Si comprende l’amarezza del questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona: “Una vergogna, noi aspettavamo gli applausi alla poliziae invece sono arrivati ai boss. /…/

La società civile deve rendersi conto che questa è una città che non avrà futuro sesi continua ad applaudire un latitante”. E ancora: “Sono rimasto sconcertato. Ma non ci arrenderemo”.
La descrizione della folla riunitasi a favore del boss dinanzi alla questura, corredata da fotografie, ha campeggiato sui giornali di diffusione nazionale.

Mi domando che impressione avrà fatto ai lettori del Nord d’Italia, che già vengono “educati” quotidianamente da leader leghisti, nazionali e locali, senza scrupoli al disprezzo dei meridionali, corrotti, fannulloni e parassiti, già per il fatto di essere meridionali.
Certo, c’è molto da condannare in quegli applausi.
Ma una condanna siffatta, oltre a salvarci l’anima, a cosa serve?

La ‘ndrangheta può contare su un nucleo di attivi protagonisti, nocciolo duro, proteso a realizzare i propri obiettivi, sintetizzabili nell’acquisizione e nel mantenimento di sempre maggiore ricchezza, potere, prestigio.
Attorno a esso si dispiega un’ampia fascia di persone, che hanno con tali protagonisti una fitta rete di rapporti, anche di lavoro, e che, singolarmente non ‘ndranghetisti, hanno con l’organizzazione criminale rapporti di oggettiva convergenza.

Si è già detto – e qui lo si ripete a evitare possibili equivoci – che questi applausi costituiscono una vergogna, uno scandalo. E in parte è così. Ma non è forse una più radicale vergogna, un più inaccettabile scandalo, che tanti e tanti per avere comunque un lavoro, che dovrebbe costituire un diritto inalienabile, debbano ricorrere alla benevolenza, alla “generosità” della mafia?
Qualsiasi discorso sulla legalità in Calabria non deve farsi carico anche, direi soprattutto, di questa situazione, di questo indifferibile problema?
Ancora più ampia l’altra fascia, che comprende persone che non hanno rapporti con la ‘ndrangheta, ma che la ritengono comunque un male ineliminabile, per cui si limitano a ritrarsi individualmente dall’agire mafioso, ma non fanno alcunché per combattere un fenomeno ritenuto comunque invincibile.
Molto spesso nei nostri paesi le azioni concrete dei singoli, anche non coinvolti, direttamente o indirettamente, dall’organizzazione criminale, mostrano di essere ispirati da valori del tutto omogenei a quelli della ‘ndrangheta. Vi è, nella società civile, una cultura sostanzialmente simile a quella della ‘ndrangheta, interiorizzata come cosa del tutto naturale, e respirata, per così dire, con i primi anni di vita e con le prime esperienze familiari e sociali. E’ tale cultura, come ribadito numerosissime volte in questa rubrica, che è necessario studiare in profondità, quale premessa indispensabile per una efficace lotta alla ‘ndrangheta.

Il Primo maggio è stato celebrato dai sindacati nazionali a Rosarno sui temi: lavoro, legalità, solidarietà. Si tratta di termini correlati. Fin quando datrice di lavoro nella nostra derelitta terra di Calabria potrà continuare a essere, nell’acquiescenza di tanti politici e di tante autorità, la ‘ndrangheta, non abbiamo il diritto di indignarci credibilmente per spettacoli, pur inaccettabili, quale quello della folla plaudente dinanzi alla questura di Reggio.