onorevolepercaso.jpgAvevo annunciato qualche giorno addietro che non mi sarei dimenticato di te. Avevo detto e scritto che nel corso dei prossimi mesi il tuo ricordo non sarebbe stato cancellato da queste pagine. Da qualunque posto ti trovi, da quel Paradiso da te sicuramente raggiunto, in questo momento, ti prego di benedirmi caro Guglielmo. Ne ho assoluto bisogno. Le cose a Tropea non sono quelle che avrei voluto fossero. Ma questa cosa, che tu sicuramente saprai, non è oggetto del post di stasera. Per un momento voglio staccare la spina dalla lotta politica, anche se, come tu mi hai insegnato, non andrebbe mai staccata quando a rischio ci sono le cose per le quali tu credi, per le quali ti sei battuto, le cose che tu ami. Ma è solo un momento il mio…credo sia fisiologico, per usare un termine medico a te sicuramente familiare.

Lo faccio rileggendo per la terza volta il tuo “Onorevole per caso”, che tanta compagnia mi ha fatto negli ultimi tempi. La lettura è l’antidoto più efficace contro ogni delusione. Il tuo “onorevole”, poi, mi tranquillizza, mi rimette in pace con me stesso, mi fa compagnia. Ed è per questo motivo che stasera voglio condividere questo passo del tuo libro, come tu mi hai insegnato, con chi ha voglia di leggere questa pagina da te inserita nel tuo romanzo della memoria. Spero non te ne dorrai. Tanto è la prima e l’ultima volta che inserisco una storia tratta da quel libro. Tanto, chi lo vuole leggere integralmente, troverà un link alla fine del racconto che lo indirizzerà verso l’acquisto online. E’ giusto così..e non ho alcun dubbio! Buona lettura!

LA MONACA DI CASA (da “Onorevole… per caso” di F.  Guglielmo Lento)

In Calabria vigeva l’abitudine di fare dei “voti” ai santi od ai loro “superiori”.

Grande è sempre stata la devozione, mista forse ad un pò di paganesimo, dei miei conterranei. Il bisogno era forte, le necessità molte e, non riuscendo a risolvere i molti casini della vita con i mezzi naturali, si ricorreva, necessariamente, al soprannaturale.

Il “voto” consisteva nel promettere un sacrificio grosso, una mortificazione della carne ad esempio, allo scopo di ottenere un favore da parte dell’ultraterreno protettore.

Non solo questi erano i voti, ve ne erano altri ancora, quale quello di fare: “lingua a strascicuni” o di vestire il “votato” con “l’abito” del Santo chiamato in causa in quella circostanza. Tanti altri tipi ancora se ne potrebbero considerare, mi sono limitato a citare i più “gettonati”. Insomma, i miei conterranei, erano fermamente convinti che “nuyu faci nenti pi senza nenti”, fosse pure un Santo o il Santo che i Calabresi considerano il più grande di tutti: Francesco di Paola.

Mia madre ebbe un parto difficilissimo, che espletò in casa, come si usava allora, assistita da un ginecologo che per caso si trovava a Filadelfia, in Calabria. Portò a termine il suo compito senza particolari danni al “macrosoma” Guglielmo che fu estratto col forcipe.

Alcuni segni del forcipe, sotto forma di avvallamenti sull’osso frontale ed occipitale, si repertano ancora. Secondo un altro ginecologo, amico mio, a quel traumatico intervento sono da addebitare alcuni tratti del mio carattere che io definisco “originalità”.

Lui, in maniera diversa. Il ginecologo “napoletano” era stato allievo a Napoli di uno zio di mamma luminare della scienza medica.

Due cose disse: votatelo a San Francesco, Signora”.

Questo nel momento più drammatico dell’intervento e, poi, a parto quasi felicemente espletato:

“Come potevo far non nascere un pronipote del mio grande maestro?”.

Queste due frasi, in un certo senso, mi segnarono e dettero le “dritte” per la mia vita futura.

Mia madre sciolse il voto e mi fece confezionare un abitino nero, perfetta riproduzione della “divisa” dei monaci minimi, così si chiamano i religiosi appartenenti alla congregazione fondata dal “paesanello nostro”, compresa una specie di bavetta sul davanti con scritto “CHARITAS”.

Seppi poi che questa veniva chiamata pazienza e regola il cordone che cingeva i fianchi.

Nonostante saio e “bavetta”, però, non fui mai dotato di pazienza anche se ho cercato di praticare la virtù della carità, che non intendo nel senso “date pauperis quod superest”, ma cercando di accettare il prossimo per quello che è, senza badare ai suoi vizi ad alle sue virtù.

Il secondo voto lo sciolsi io, studiando medicina, non raggiungendo le vette di notorietà e filantropia dell’illustre antenato ma, cercando anche in questo campo, di praticare il dettato del Santo Calabrese: la carità.

Spero, sempre, di essere riuscito a praticare la medicina in maniera “caritatevole”.

Questi i voti miei.

Di altri ancora fui informato, per conoscenza diretta a attraverso la tradizione orale.

Una mia antenata, non so se chiamarla bis-nonna a bis-zia perché la confusione continua ancora oggi, si trovò a dover subire un “voto” fatto a suo nome dai genitori in quanto lei, in quel momento, non era, diciamo così, perfettamente in grado di intendere a volere.

Viveva in quei tempi, sembra l’inizio di una favola ed in effetti lo è, a Sambiase, (ancora non unita con i comuni limitrofi a formare Lamezia Terme) una bellissima ragazza, di famiglia benestante, che aveva anche una sorella, meno bella di lei.

Non so se avesse anche dei fratelli, ma la cosa non ritengo abbia rilevanza nell’economia della nostra storia.

Il mio bisnonno, uomo bellissimo e fornito come me di barba, che però lui curava in maniera maniacale, si era innamorato della ragazza bellissima e doveva sposarla presto. Si erano fidanzati con grandissimi festeggiamenti, ed erano molto innamorati l’uno dell’altra.

Si narra che questo mio bisnonno fosse uomo estroso e, consequenzialmente, persona cui ne capitavano di tutti i colori.

Credo non lavorasse. Anzi, sicuramente, non lavorava.

L’unico suo impegno era quello di cavalcare, spesso a briglia sciolta (anche con le donne a briglia sciolta andava) per la piana di Sant’Eufemia. Anche lui, barone ed uomo di mondo, doveva soddisfare i bisogni fisiologici.

Un giorno gli capitò di dovere fare pipì e, sceso da cavallo, si accingeva alla bisogna vicino ad un albero che, guarda caso rappresentava uno dei confini di un vasto latifondo appartenente ad un nobile dissoluto che, in quei giorni, doveva essere messo all’asta.

L’avo guardava con sguardo trasognato in giro e, nel frattempo, pisciava.

Fu notato da uno che si era colà recato per controllare il fondo. Avendo intenzione di partecipare all’asta, sperava che nessun altro concorrente vi dovesse aspirare così lui lo avrebbe potuto acquisire per vile prezzo.

Visto mio nonno e scambiatolo per un possibile pretendente, uno quindi che avrebbe potuto far lievitare il prezzo, gli si avvicinò.

“Chi nnati a fari, Don Giuvà, di sta pitrara”.

L’uomo di mondo decise di reggere il gioco: “Mi piaci l’aria”. “Nci dugnu sordi si mu lassa”.

“Quantu?”

“Tantu. Vabbè?”.

“Picchi si tu”.

Rispose l’uomo di mondo ed intascò la cifra. Mai una pisciata aveva reso tanto, nemmeno ai tempi dei romani quando il piscio veniva venduto ai tintori.

Non sempre, però, le cose andavano bene all’antenato Giovanni. A quei tempi la piana di Santa Eufemia era una plaga malarica ed inoltre, la mancanza in quei paesi delle fognature, era la causa delle ricorrenti epidemie di tifo che si verificavano in periodo estivo. Risultavano spesso mortali ai pazienti, in era preantibiotica.

Da tifo fu colpita la sua bella fidanzata e, presto, si aggravò a tal punto da essere “licenziata” dal medico che l’aveva in cura. Una sola chance rimaneva agli addolorati genitori, fare un voto.

Il sacrificio da sostenere con un voto deve essere sicuramente commisurato al favore che si intende ottenere. Quale favore più grande della vita della bella ed amata figlia, pensò il padre. Quindi il voto un enorme sacrificio doveva, necessariamente, comportare.

“San Franciscu, si si sarva, a fazzu monaca”.

“Di casa”. Aggiunse la madre dotata di meno lirismo e generosità, ma, sicuramente con i piedi ben piantati per terra come tutte le buone calabresi dell’epoca.

Gli anticorpi antisalmonella che incominciò a produrre e San Francesco di Paola si misero a collaborare in maniera sinergica e la bella ragazza, ben presto guarì.

Ex bella ragazza, bisogna dire, perché i segni della malattia erano tutti presenti sul suo corpo che si presentava come quello di una vecchia. Pelle avvizzita e calvizie erano il marchio con cui il tifo l’aveva maggiormente segnata. Ma le buone cose che la ragazza mangiava con voracità lupina, tipica dei convalescenti dal tifo, presto le ridiedero gli antichi colori e splendori.

Anche i capelli ricrebbero, crespi come quelli delle negre. Servirono a dare alla ragazza un aspetto sbarazzino e più seducente. Il nonno ritornò a chiedere il permesso di frequentare la casa, gli fu negato.

La sua bella doveva mantenere il voto e benché di casa, grazie alla clausola intelligentemente aggiunta dalla madre, sempre monaca rimaneva e, quindi, destinata al “nubilato”. Pensa e ripensa Don Giovanni, il banonello Lento, pervenne, grazie alla sua brillante intelligenza alla quadratura del cerchio.

Si presentò alla casa di quello che era diventato, grazie al Santo Patrono, suo ex suocero a chiedere la mano della sorella “non votata” e, quindi, libera di convolare a giuste nozze. La mano gli fu concessa e le nozze si celebrarono subito dopo la vendemmia, nei primi di ottobre, e furono memorabili.

Finiti i festeggiamenti il bisnonno si istallò con le due sorelle, la sposa e “la monaca di casa”, presso la sua dimora e visse, pare, felice e contento.

Qua finisce la storia ed inizia la legenda. Pare che Don Giovanni giacesse con ambedue le donne, separatamente ed equanimemente, sempre pare, concedeva favori alle due.

Grande è la confusione per quanto riguarda i figli, ufficialmente della sposa, in effetti sembra fossero figli ad entrambi le sorelle, alcuni all’una, altri all’altra.

Non è dato sapere quali i figli della sposa e quali quelli della sorella.

Per questo, ancora oggi, non so se la monaca di casa, tifosa e votata, sia stata la mia bisnonna o la mia biszia.

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