Il due di bastoni Olimpo Talarico copertina.jpgDal semplice gesto iniziale di sfogliare il romanzo per pura curiosità e simpatia, emergono, come cristalli fosforescenti sotto il sole, le massime e le frasi di autori famosi, italiani e stranieri,  in cima a ogni capitolo. Appaiono come tante icone che prendono il posto dei singoli titoli o come le ‘ouvertures’ in uso nella grande musica lirica del passato.

L’idea mi è piaciuta e l’ho apprezzata: per la novità, per l’input concettuale immediato e per l’impronta tematica che anzitempo racchiude al suo interno.

Mi sono subito tuffato nella lettura, conscio di trovarmi davanti a un capolavoro tra il classico e il moderno, tra il genere storico e il sentimentale, in un alone di verismo e di indagine sociologica, filtrata dalla memoria.

Da subito ci si accorge che le emozioni trasmesse da Olimpio Talarico sono entusiasmanti, puntuali e continue e variano a seconda dei movimenti, delle circostanze esterne, della reminiscenza storica di riferimento, dell’inquietudine interiore. C’è solo bisogno di leggere il libro nel silenzio e nella quiete, così come si gusta l’armonia delle note diffuse nell’aria da un bel CD sinfonico. Atmosfera rarefatta e sottile, per la quale esse giungono a permeare il cuore e l’anima del lettore, nella totale condivisione di ciò che egli racconta, come un fiume in piena di cui si sono rotti gli argini.

L’autore utilizza le prime pagine per presentare i vari personaggi, per descrivere l’ambiente economico e sociale e le caratteristiche salienti di Fercolo, il paese natio di Gabriele il protagonista, dove si svolge l’intera vicenda narrata: se stesso, i familiari, i vicini di casa, alcune tradizioni, usi e costumi nelle varie stagioni dell’anno.

Ogni angolo è presente nella sua memoria: le strade strette e tortuose inondate dal profumo di mosto e di vino in abbondanza e dalla fragranza del pane appena sfornato,  le case unite l’una all’altra come per riscaldarsi a vicenda e quelle che “degradano senza fretta verso la campagna”, i gradini, i vicoli e le piazze. Ognuno di essi nasconde un ricordo, che appare all’improvviso e suscita un’emozione intensa nell’anima.

Fercolo ( penso che sia un nome inventato, che identifica un preciso luogo dell’entroterra catanzarese, nel Marchesato)  appare una cittadina viva e dinamica, a differenza di tante altre situate in alta collina o circondate dai monti, dove la storia si ferma o vi giunge in ritardo e dove nei volti delle persone sembra di leggervi pigrizia, sonnolenza e indifferenza come segnate da un destino crudele e beffardo.

C’è un brulichio di mestieri a Fercolo, di gente che si muove, di colori e di profumi, di racconti e di memoria, di sofferenze e di dolore: il contadino e la massaia,  il sarto, il ciabattino e l’oste, la vita con le sue gioie, la sofferenza e la morte; dove neppure il parroco è estraneo alla vita reale del paese; dove ogni tanto si confondono e camminano a braccetto il sacro e il profano senza indignazioni polemiche o scandalo.

Tutti sono presenti nel cuore dell’autore con i loro pregi e difetti, con la loro indole e i contorni psicologici; scuotono i suoi affetti, senza distinzione di classe o condizione sociale e li ama in egual misura e intensità.

Il discorso pian piano, – e il lettore neppure se ne accorge – si allarga nella descrizione delle vicende private di Gabriele, il protagonista, che non si differenziano da quelle degli altri compaesani. Pertanto, diventano dato oggettivo e contemporaneamente storia.

Ciò che di più attira l’attenzione e preoccupa l’autore è la vicenda politica, a partire dal lontano 1922, quando fu bruciata la Camera del Lavoro di Fercolo. Fu l’inizio di un clima di terrore, che spezzò il normale vivere quotidiano di reciproca fraternità. Il terrore si poteva tagliare con la lama solo nel citare il nome del Duce.

E’ il ventennio fascista che Gabriele ha vissuto nella difficile età della maturazione psicologica e dello sviluppo delle idee.

Da padre,  vuole raccontare il dramma della sua esperienza a sua figlia Caterina: la lotta e la repressione, la prepotenza e gli inganni, la libertà di pensiero e di azione calpestata, lo sguardo rivolto con fiducia verso un orizzonte nuovo,  più roseo, tutto da costruire con fatica progettuale.

I toni sono vivaci e intensi, come se gli avvenimenti fossero accaduti da poco. Storia di Fercolo da narrare dalla prima all’ultima pagina: per non perdere nessuna traccia nei mille rivoli della vita impegnata e confusa  di oggi e soprattutto per suscitare una riflessione costruttiva nei giovani e nelle generazioni future, come dovere morale, dal quale non ci si può sottrarre con facilità.

Per l’intero percorso narrativo, lo stile si mantiene semplice, preciso e denso, dove non trova spazio il superfluo e l’inutile; dove ogni concetto è incuneato da aggettivi, da verbi e da vocaboli di cui non si può fare a meno per la chiarezza dell’etica e la dignità professionale. L’autore passa al concetto successivo solo quando è convinto di aver esaurito il significato del gesto e ogni spazio della trama. Piacevole è anche l’uso di termini dialettali di Fercolo che impreziosiscono il racconto, rendendolo più vicino al modo di sentire della gente, più attento e personalizzato.

Uno sguardo particolare l’autore rivolge alle canzoni di musica leggera, al mondo del cinema e dei film di quegli anni, di cui conosce nomi di registi, protagonisti e trame. Sono pagine intense e delicate. Nelle quali egli manifesta simpatia e affetto sincero. Ma sa bene che la tecnica rivoluzionerà la società con la diffusione della televisione in ogni casa e nasce il rimpianto, che si trasforma in sgomento per una favola che si perde nel cammino della storia.

Il titolo del romanzo, a prima vista, suscita una certa perplessità nel lettore. Troppo banale per un libro importante ed elegante.  In realtà, anch’esso è una icona, che campeggia sotto la bella tela di copertina dell’uomo sul sentiero di campagna. Con quel titolo l’autore esprime un concetto sul filo del pessimismo, d’uso comune: l’essere umano, privo di denaro o di potere politico, vale quanto il due di bastoni nel gioco della briscola. E’ solo un numero sperduto nel contesto della società massificata, insignificante, quasi spoglio di personalità. Eppure, in alcune circostanze della vita – quando è briscola – può essere determinante  per le sorti della partita.

Il due di bastoni è il soprannome dato a Libero, all’inizio personaggio secondario. Uomo rimasto eterno bambino per la sua semplicità, per le capacità limitate di intendere e di volere. Ma è lui che, a un certo punto, compare sulla scena  per decifrare alcune vicende sfuggite agli altri abitanti di Fercolo e spiegarle.

Chiudendo la lettura del romanzo, ho la sensazione di aver sfogliato un album di fotografie, scattate, in bianco e nero, tra le montagne del mio piccolo paese di nascita. Molte di quelle situazioni narrate le ho vissute nell’età dell’infanzia e della giovinezza in tutta la loro bellezza e il loro fascino antico. Appaiono nitide nella mente come al risveglio del mattino, quando pian piano il sogno dilegua e si mettono insieme i tasselli o come se la mia anima s’incarni una seconda volta in me e conservi intatte le esperienze.

Mi fermo… per accarezzare quei sapori unici e irripetibili.

Mi commuovo e gioisco, allo stesso tempo.

Settimio Genoese

Olimpio Talarico: Il due di bastoni – Collana Le Fenici Montag – Pedaso (FM) giugno 2010 – pagg. 224 – Euro 16,50.

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