mele.jpgSimbolo di un mondo non perduto, a San Giovanni in Fiore, nel cuore della Sila, si può ammirare un orto botanico che inebria di colori e di profumi. Domenico Andrieri, tel. 0984993135, eroico contadino, in località Bonolegno ha impiantato un grande museo naturale degli alberi di mele in via d’estinzione, una biodiversità mediterranea che non ha più nessuno.

Da più di un vent’ennio va alla ricerca di quei ‘cimeli’ della natura nei più sperduti angoli della Sila, nei piccoli villaggi di montagna, nelle ville padronali e negli antichi conventi, per recuperare, salvaguardare e valorizzare la frutta antica. La mela, oriunda dei paesi dell’Asia Centrale e Occidentale, si crede risalga al Neolitico.

Nella ‘capitale’ silana sono più di 800 le varietà di mele presenti nel vivaio, dai nomi più strani, a volte incomprensibili e paesani: scacciatella, limuncella, calvilla, gelata, barilotto, annurca, mela del faraone, renetta, mielu uogliu, carbone, granduchessa… tutte impiantate e catalogate. E pensare che fino agli anni ’40 esistevano sull’altipiano oltre 3000 varietà di mele!

Oggi nel frutteto si producono circa 80-100 quintali di “mele che sanno di mele”, tutte da coltivazione biologica, piccole, malformi, bruttine e dai sapori straordinari, ricche di innumerevoli preziose virtù, riconosciute anche dalla scienza medica. La mela è ricca di sali minerali ed è anche un’ottima fonte di vitamine; contiene inoltre l’acido pantotenico e l’acido folico, mentre la presenza di tannini e di sali di potassio ostacola la formazione dell’acido urico.

In cucina ormai la fantasia regna sovrana quando si parla del “frutto del peccato”, tanto da essere diventata un capolavoro di arte culinaria. Mela a tutto pasto! Da un antipastino insolito e stuzzicante… cotognata, al dolce, al “decotto” (antico rimedio della medicina popolare calabrese usato dalle nostre nonne per curare tosse e raffreddore), ma anche distillati, succhi, sorbetti, sidro.

La mela è un frutto molto antico, “custodiamo” questo patrimonio affinché il museo naturale diventi mèta culturale, ma soprattutto un laboratorio didattico dove l’insegnamento viene impartito direttamente “sul campo” con docenti, esperti e produttori che illustrano le caratteristiche, i loro contenuti di sapore del “buon tempo antico” e di genuinità di queste piante orfane, vera fonte di benessere, che per secoli hanno dato sostentamento a intere famiglie. E che oggi per “campare”necessitano della mano dell’uomo. Una preziosa esperienza di conservazione che va tutelata quella di Andrieri. C’è bisogno di un sostegno finanziario per questa piccola iniziativa che si preoccupa di salvare una grande ricchezza. Un patrimonio genetico e culturale che se dovesse scomparire sarebbe per sempre. Ascoltiamolo! Touchè!

Fonte: il Quotidiano della Calabria di Venerdì 4 Febbraio, articolo di GIOVANNA MARTIRE e FRANCESCO SALICETI