1662800968.jpgLa poesia di Enzo Godano pubblicata di seguito e dal titolo che da solo dice tutto o quasi tutto sui suoi contenuti, è una delle pagine in vernacolo tropeano che con forza mi  ha ricatapultato violentemente nel passato, in quel passato da cui Enzo ha tratto ispirazione e dalla cui memoria ha attinto per partorire  un pezzo poetico assai raro.

Un passato che mi appartiene, che appartiene a tutti i tropeani; un passato che è sempre lì a ricordare a tutti noi da dove veniamo, cosa siamo, cosa sia importante nella storia di ogni tropeano.

Una Tropea, quella che Enzo descrive, in cui l’uomo solo che insegue il sogno nostalgico dei suoi ricordi, è l’uomo che tutti vorremmo essere e che tutti dovremmo essere.

E’ l’uomo che non dimentica le sue origini, la sua storia, la sua memoria. E’ il tropeano che si fa una passeggiata dal Duomo di Tropea alla Villetta dell’Isola per ammirare il Corallone, passando per largo Mercato, sede storica delle ‘Tre Fontane’.

C’è un tropeano vero dentro questi versi; c’è l’amore di un tropeano grande nell’uomo di questa poesia.

A niente servirebbe la vita, nulla sarebbe il vivere senza memoria.

Questa è la consapevolezza che Enzo Godano ha saputo rimettere in circolazione con i suoi versi. Il descrittivismo presente in essa è al contempo memoria viva di fatti e ricorrenze della sua giovinezza ( ‘a passiata du scuvatu o coralluni’, o anche ‘giuriandu nta na cascia rrumbulata/riviu na strata vecchia, na pinna e na pastia…), e uno spaccato romantico in cui la nostalgia grida forte al cuore, in cui il sogno  si scontra con  la realtà di una Tropea che non decolla, che non esprime il meglio di se stessa, divenendo nel tempo un’utopia sempre più lontana.

Ma qual’è lo scopo ultimo della memoria? Questa la domanda che mi faccio e che rimetto alla riflessione di voi tutti.

Rispettare e conservare la tradizione. Questo è quanto mi sento modestamnete di suggerire. Questo è quanto  sembra suggerire fra le righe questa poesia. Una tradizione che non è e non dev’essere la pedissequa osservanza di rituali e di consuetudini tramandate senza filtro alcuno. Una tradizione che, al contrario, va riesumata nel messaggio originario che porta in se, quello del rispetto dello spirito di chi, con grande passione e con grande amore ci ha lasciato in eredità un bene unico: Tropea.

Un segno tangibile di questo amore, di questa tradizione, è il dialetto tropeano, quel dialetto ricco e fecondo che Enzo Godano non ha dimenticato. Il dialetto dal lessico semidimenticato e da riscoprire e riamare nel segno di quella tradizione che nel dialetto trova la sua icona linguistica più evidente. Buona lettura.

Un Tempo
di Enzo Godano

Si l’urtima spera i suli mi quaddja,
l’anima menti l’ali e nesci i fora,
non c’e’ cchiu’ varchi subba a l’acqua chiara,
siccaru i cori comu na jumara.

Stasira l’aria e’ fridda, zaghalia,
a notti sta calandu alla badia,
su pronti sti quattr’ossa pi nesciri,
picchi’ stu gran silenziu haiu da ruppiri.

Giuriandu nta na cascia arrumbulata,
riviu na strata vecchia, na pinna e na pastia,
guardu u lumi natra vota, non si ferma cchiu’ sta rota,
chiudu a porta cu mandali, forsi arriva u tempurali.

U paisi e’ addurmentatu e lu passu e’ gia’ mpetratu,
ma caminu e guardu avanti affidandumi alli santi,
du scuvatu e tri funtani m’accumpagnanu du cani,
poi da curcia scindu o burgu e vicinu o coralluni,
cantu quetu na canzuni.

Nta nu puntuni scuru i na vinea,
fila la lana carmeluzza a vecchiarea,
avi nu pocu i vrasci misa o cantu,
e l’occhi russi cummogghiati i chiantu.

Sti ricami di culuri, forti comu a nostalgia,
mi rimbumbanu nto cori comu lacrimi vacanti,
s’acquetaru subba o chianu e passo’ la vita mia.

Si poterrea figghiolu ritornari,
vorrea na vota sula u vasu u mari,
guardandulu du cielu anzemi o ventu,
vorrea na vota sula u su cuntentu.

Un tempo

Se l’ultimo raggio di sole mi riscalda,
l’anima mette le ali ed esce fuori,
non ci sono più barche sulla superfice del mare chiaro,
sono seccati i cuori come i piccoli ruscelli.

Stasera, l’aria è fredda, pioviggina,
la notte si appresta a scendere sulla spiaggia,
sono pronte le mie ossa per uscire,
perché questo gran silenzio devo rompere.

Rovistando nella cassapanca messa da parte,
ritrovo una strada vecchia, una penna ed una piccola castagna secca,
guardo il lume per un’altra volta, non si ferma più questa ruota,
chiudo la porta col mandale, forse arriva il temporale.

Il paese è addormentato ed il passo è già di pietra,
ma cammino e guardo avanti affidandomi ai santi,
dal duomo alle tre fontane mi accompagnano due cani,
poi dalla scorciatoia scendo al borgo e vicino al corallone*,
canto acquietato una canzone.

In un angolo buio di un vicoletto**,
fila la lana Carmela, la vecchietta,
ha un piccolo braciere messo di fianco,
e gli occhi rossi commossi dal pianto.

Questi ricami di colori, forti come la nostalgia,
mi rimbombano nel cuore come lacrime vuote,
si sono acquietate sul piano ed è passata la mia vita.

Se potessi ritornare ragazzo,
vorrei per una volta sola baciare il mare,
guardandolo dal cielo insieme al vento,
vorrei una sola volta esser contento.

* Il corallone, detto in tropeano ‘u coralluni’ è l’insieme di case  che si trovano sulla rupe in fondo a corso Umberto I detto ‘u burgu abbasciu’ ovvero il borgo di sotto.

** I vicoli di Tropea, quelli del centro storico, sono comunemente denominati vinej

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