Ho per le mani e sto leggendo un saggio-opuscolo di Giuseppe Chiapparo, insigne insegnante tropeano nonché illustre storico, nato nella nostra città nel 1894 e morto a Napoli nel 1963, dal titolo ‘La vecchia marineria e le culture del mare a Tropea’, curato da Vito Teti ed allegato alla rivista della Fondazione ‘Tommaso Giusti’ di Vibo Valentia ‘La Spola’ dell’Aprile 2006.

All’interno dello stesso, nel capitolo dal titolo ‘Pesca, alieutica ed usi dei pescatori’, che insieme a ‘La Vecchia Marineria di Tropea’ e ‘Astronomia e Metereologia dei pescatori’ formano il corpus dei tre saggi dell’opuscolo, eccellentemente presentato dallo stesso Teti, ho trovato una serie di proverbi che non conoscevo, o meglio non ricordavo più, avendo sfogliato sommariamente il volume con più di 1000 proverbi di Tropea e dei suoi dintorni che lo stesso Chiapparo ha scritto e pubblicato e di cui di certo molti sapranno.

Sono i proverbi dedicati al pesce e alla pesca che ripropongo di seguito, ripromettendomi di pubblicare appena possibile i tre capitoli suddetti, che ho trovato assolutamente interessanti e ricchi di notizie assai importanti per la conoscenza degli usi e delle tradizioni marinare della nostra città.

Su Giuseppe Chiapparo, invece, tornerò a stretto giro, con la pubblicazione della sua biografia e dell’intera bibbliografia dedicata a Tropea.

I proverbi avranno una traduzione letterale da me curata ed una meno letterale e più generica sul loro significato curata dallo stesso Chiapparo.

Il classico proverbio dal quale iniziamo è il seguente:

U pisci grandi si mangia u pisci ninnu, il pesce grande si mangia il pesce piccolo. Metafora della consapevolezza marinara del ricco più potente del povero, del forte più del debole.

Così anche i seguenti:

Cu dormi non pigghija pisci, chi dorme non prende pesci, ovvero il mondo non è fatto per i pigri.

La carni cruda, lu pisci cottu, la carne si può mangiare cruda, il pesce dev’essere cotto, con chiaro intento ammonitore, poiché il pesce per essere digerito, si deve cucinare bene.

Poi quest’latro di carattere ‘pratico’ il cui consiglio è assolutamente saggio:

Du pisci grossu pigghiati a testa; del pesce grosso prendi sempre la testa, ovvero la parte migliore e che meglio rende per preparare il sugo.

I seguenti sulla stessa linea:

Sicundu lu tempu, si mangia lu pisci, secondo il tempo si mangia il pesce, ovvero secondo il periodo si mangia questo o quel tipo di pesce, poiché alcuni di essi non si pescano sempre.

U pruppu si cucina cu l’acqua so’ stessa, il polpo si cucina con la sua stessa acqua. Questo è un detto con doppio significato: il primo è relativo al modo di cucinare questo mollusco; il secondo è relativo al fatto che una persona si deve castigare da sé.

A cicinneia fa scalari a sarda, la neonata fa abbassare il costo delle sarde, ovvero l’abbondanza fa scalare il prezzo del pesce.

Li sardi di jennaru e li vopi di marzu, le sarde a gennaio e le vope a marzo; vuol dire che in questi mesi i pesci indicati sono squisiti a mangiarsi.

A maju a cipuja è grossa e a sarda è grassa, a maggio la cipolla è grossa e le sarda grassa.

La ricciola è la rigina du mari, la ricciola è la regina del mare, ovvero ha la carne più saporita di quella degli altri pesci.

Lu squadru, d’undi lu pigghi si gabbatu, lo squadro, qualunque sia il taglio sei fregato; questo tipo di pesce essendo un pesce di taglio, capita sempre, nel comprarlo, avere la carne con l’osso.

Così anche per

A ragusta, pocu mangi e cara custa, l’aragosta, poco mangi e costa cara; il crostaceo ha poca polpa rispetto al prezzo.

A trigghia non sa mangia cu la pigghia, la triglia non la mangia chi la piglia, ovvero il pescatore, perché è un pesce assai prelibato e quindi trova molta convenienza a venderlo.

Cu pisca fundu pigghia pisci grossi, chi pesca di fondo prende pesci grossi; i pesci grossi si trovano nei grandi fondali.

Cu voli ‘mparari i figghi povirei, o piscaturi, o ‘ucappa acej, chi vuole insegnare ai figli ad essere poveri, o il pescatore o il cacciatore; avverte saggiamente i genitori a non insegnare l’arte della pesca ai propri figli.

U piscaturi pigghjia pisci e jistìma, il pescatore prende pesci e bestemmia. Sempre in lotta con gli elementi della natura i pescatori sono molto religiosi, sebbene, nei momenti di rabbia e di contrarietà, pronunzino delle bestemmie, tanto che si suole dire:

Cu presta fidi ‘n Dio non veni mai minu, chi presta fede in Dio non viene mai meno, non viene mai deluso.

O anche:

Non si movi frunda d’arburu senza voluntà di Dio, non si muove foglia d’albero senza volontà di Dio, manifestando con questo dettato un certo fatalismo, riavvalorato anche dall’ultimo detto qui proposto:

Dassati fari a Dio ch’è Santu Vecchiu, lasciate fare a Dio che è un Vecchio Santo.