Pasolini e Ninetto D'avola.jpgI BANDITI DI PIER PAOLO

Un  rapporto  chiaro,  limpido, quello di Pasolini (1922-1975) con la  Calabria. I numerosi viaggiatori stranieri, che lo hanno preceduto nei loro itinerari lungo le coste calabresi, avevano decantato, senza mezzi termini, la bellezza della Calabria: una regione vista sempre in maniera doppia. Da una parte la bellezza del paesaggio e dall’altra la rozzezza dei suoi abitanti.

In realtà erano due facce della stessa medaglia, con un unico comune denominatore: la selvatichezza. Selvatica era la bellezza del paesaggio, selvatica era la rozzezza dell’uomo. Imperfetto è il tempo come assai imperfetto era ed è l’uomo. E della Calabria, Leandro Alberti (1479-1552) aveva colto, già nel XVI secolo in una sintesi di imperfezione, l’essenza: «Un Paradiso abitato da diavoli» (“Descrittione di tutta Italia”, Venezia, 1548), così come studiosi di particolare acume come Augusto Placanica, nel suo illuminante “La Calabria, il passato, il paesaggio: i viaggiatori come fonte della  storia  meridionale” (Meridiana,  1, 1987), hanno offerto una chiave di lettura inedita e importante della regione, vista attraverso gli occhi e la sensibilità di “forestieri”.

Oggi il paesaggio calabrese è “addomesticato” dai suoi abitanti-diavoli, che ne hanno fatto perdere il carattere originario: ricco di lussureggiante vegetazione e asprezza (l’Aspromonte è l’emblema letterario e paesaggistico), oggi è irrimediabilmente compromesso e impoverito. E non è “la ricchezza della povertà” di Berto, ma la povertà della povertà, quella che fa stringere la gola e chiudere gli occhi, per sempre. La Calabria meglio    non    guardarla. L’unica cosa possibile è guardare al passato e nel passato, nel vissuto di quella parte del tempo che sta al di là dello spartiacque   rappresentato dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Il confronto è tra il “prima” dei paesi doppi e il “dopo” dei paesi doppi. È come il confronto tra il bene e il male, tra il giorno e la notte. Un confronto che mette in chiaro la differenza tra l’animalità e l’umanità, tra la bestialità e l’intelligenza, tra l’ignoranza e la conoscenza. Un contrasto netto, senza dubbi, senza sfumature.

È proprio in questa fase delicatissima del passaggio tra il “prima” e il “dopo” che Pier Paolo Pasolini percorre su una “Fiat 1100” le coste della Calabria, nell’estate del 1959, in un confronto costante con quelle che ha modo di registrare tra Ventimiglia e Trieste, con l’obiettivo di realizzare un reportage dal titolo “La lunga strada di sabbia”, mettendo a confronto gli aspetti della modernizzazione in corso nel lungo dopoguerra con la tradizione.

Gli arenili calabresi erano ancora intatti – “stupende” sono definite le spiagge tirreniche da Pasolini -, accarezzati dalla salsedine che penetrava nelle narici con la forza di un profumo di pulito e di fresco. E i comunisti locali erano ancora impegnati a ripercorrere, soltanto mentalmente, i sentieri ideologici dell’Appennino tosco-emiliano e fortunatamente distratti dalla rivoluzione armata che intraprenderanno negli anni Settanta: la rivoluzione del cemento armato, frutto del falso progressismo comunista, che sarà purtroppo  la  madre  dei paesi doppi, dove i migranti calabresi vengono     “invogliati” dai capipopolo a conquistare con le doppie case il bagnasciuga.

Da bravi studiosi delle  modalità del    consenso, sperimentavano le ragioni dello sviluppo contro il progresso, distaccandosi da quell’ideologia culturale che Pasolini pagava sulla propria pelle fino ad essere espulso nel ‘49 dal Partito comunista: reo di avere corrotto minorenni, secondo l’accusa, mentre i comunisti locali, nemmeno figli della  Resistenza, organizzavano libertariamente la corruzione del territorio calabrese consegnando, con un linguaggio populista, l’edificazione nelle mani degli iscritti al “partito”. E i migranti, che dalla Calabria andavano  in Germania o nella Svizzera tedesca, quando ritornavano, trovavano i “compagni” sindaci sempre pronti a offrire piani regolatori “aperti” che consentivano l’edificazione quasi fino a sconfinare nei comuni vicini: un paradiso dell’edilizia, nell’inferno della Calabria, che l’emigrante paesano poteva sperimentare di persona, cazzuola alla mano, infissi di alluminio e marmi policromi a  “ornare” ingressi e finestre, secondo i canoni  di  una  modernizzazione  confusa.

Non erano questi gli “ultimi” che amava Pasolini, ma quegli “ultimi” che lo facevano incontrare con la “poetica” del suo coetaneo don Lorenzo Milani (1923-1967) e in quella visione critica della Curia o della Chiesa come “ditta”, azienda, secondo la cruda espressione del sacerdote fiorentino. Due vite parallele che si incontrano sul territorio degli ultimi: don Lorenzo Milani dedica la propria esistenza agli ultimi di Barbiana, Pasolini si offre culturalmente e nelle passioni della vita “all’Africa” romana, la stessa Africa che intravede nelle dune di Cutro. È un atteggiamento critico diverso nei confronti della Chiesa: Pasolini contro la rassegnazione vaticana  e Milani  contro la Chiesa-Azienda.

Pasolini incontra la Calabria nel vibonese guidato da Andrea Frezza (Laureana di Borrello, 1937),  ma  soprattutto a Roma, attraverso una  figura che ha lasciato tracce  significative in molti film, in cui  il poeta-regista ne ha “liberato” le energie,  facendogli  esprimere la  sua  istintività: Ninetto Davoli (San Pietro a Maida, 1948), vero simbolo di quel “partito dei poveri” verso cui convergeva il filo sottile delle sue visioni politiche.

Il suo “partito dei poveri” lo incontra nelle periferie di Roma come nella Cutro calabrese, con lo sguardo privilegiato del regista, che ne coglie l’essenza, nella visione panoramica e nei primi piani, senza vie di mezzo: il contadino ex partigiano calabrese  Rosario Migale  (Cutro, 1920-2010)  è l’apostolo Tommaso ne “Il Vangelo secondo Matteo”. E la Calabria dei “diavoli” o dei “banditi” va anch’essa vista nella sua essenzialità cinematografica: un primo piano in cui il termine esprime comunque emarginazione.

Dalla  fine  degli  anni  Cinquanta,  con l’emigrazione si creano soltanto le premesse “culturali” per l’aggressione al territorio. Gli occhi di Pasolini in quell’anno vedono altro. E le parole del poeta non possono essere che taglienti e, quindi, efficaci, concise nella restituzione dell’immagine dell’intera popolazione calabrese pervasa da quell’essenza di cui Leandro Alberti secoli  prima  aveva delineato  il  carattere. L’occasione, offerta a Pasolini, è la sosta nel 1959 a Cutro, quando aveva già pubblicato “Le ceneri di Gramsci”,“Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”.

La prima sensazione è di paura: un mare che fa da cornice a una regione – la Calabria – che emana odore di inimicizia. E se a scriverlo è Pasolini, innamorato degli emarginati, c’è davvero da riflettere: «Lo Ionio – scrive – non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte “Dio aiutaci” – mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così circa fino a Porto Salvo».

«Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile».

«Vado  verso  Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno segno di fermarmi. Mi fermo, li faccio salire. Mi dicono  – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, qui, in questo punto hanno ammazzato un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma – ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio».

«È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello».

«Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia».

«Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questo forma lieta, vociante: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura».

In seguito alla pubblicazione del servizio sul suo viaggio sulla rivista “Successo”, le reazioni locali sono violente: Pasolini viene querelato il 17 novembre 1959 dal sindaco di Cutro per diffamazione a mezzo stampa per l’articolo “La lunga strada di sabbia” pubblicato nel mese di settembre del 1959 e per aver offeso «la reputazione, l’onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro», evidenziando il credo comunista dei calabresi affranti, perbene e onesti: «Le dune gialle – si legge nella querela – altro termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia di case linde, policrome, gaie, dell’Ente della riforma dove la laboriosa gente del sud, Calabria, Cutro, fedele al biblico imperativo, guadagna il pane col sudore della propria fronte, e  non scrivendo  articoli diffamatori contro i propri fratelli, contro gli italiani».

Paradossalmente  nello stesso anno Pasolini è il vincitore del premio Crotone per il romanzo “Una vita violenta”, e si riconcilia con i calabresi – come dice in occasione del conferimento del premio -: «Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato  riconoscimento  alla  mia  opera.  I protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni».

Così “Una vita violenta” diventa, apparentemente, un momento di riconciliazione tra il “nemico” Pasolini, uomo mite per definizione, e la “nemica” Calabria, regione violenta per eccellenza. “Una lettera sulla Calabria”, pubblicata nel 1959 su “Paese Sera” (27-28 ottobre 1959) tenta  di chiarire  sostanzialmente che il suo  termine “tremende”,  desunto dalle sue visioni neorealistiche, si riferisse non alle spiagge di Cutro come luogo fisico, «ma in quanto luoghi appartenenti a una fra le più depresse delle aree italiane»; e  tenta  anche  di  chiarire  l’espressione «paese di banditi»:

«[…] chiamandola poi zona di banditi, ho usato la parola […] con profonda  simpatia.  Fin  da  bambino,  ho sempre tenuto per i banditi contro i poliziotti: figurarsi in questo caso […] In questa polemichetta, i dirigenti democristiani confermano tutto il male che si può dire diloro […]. Non vogliono ammettere che in realtà i banditi ci sono. E precisiamo questa storia dei “banditi”». «Anzitutto, a Cutro, […] il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto […] nei boschi  della  tenuta  dei Barracco. Ora vorrei sapere che  cos’altro  è  questa povera gente se non “bandita”dalla società italiana, che è dalla parte del barone e  dei  suoi  servi  politici[…]». «Quanto a me, di tutto mi si può accusare fuori che di non essere dalla parte del popolo».

In realtà la posizione del poeta era abbastanza chiara ed esplicitata in un intervento dal titolo significativo – “Detesto chi gira con la pistola in tasca”- e, ancora di più, dopo la cosiddetta “battaglia di Valle Giulia”, di un decennio dopo, condotta da studenti-figli di papà, in seguito alla quale, Pasolini ha pubblicato, con un linguaggio asciutto, immediato, la nota poesia “Il Pci ai giovani” nella rivista “Nuovi Argomenti”, in cui esprime il suo vero punto di vista a favore dei poliziotti-proletari:

«[…] Quando ieri aValle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti,/ io simpatizzavo coi polizziotti!/ Perché i poliziotti sono figli di poveri./ Vengono da periferie,  contadine  o  urbane  che  siano./[…] Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care./ Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia./ Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!/ I ragazzi poliziotti/ che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione/risorgimentale)/di figli di papà, avete bastonato,/ appartengono all’altra classe sociale./ A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento/ di lotta di classe: e voi, amici (benchè dalla parte/ della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte/ del torto) erano i poveri […]».

Pasolini torna in Calabria nel 1964 e rilascia  un’intervista  nel  primo  numero dell’edizione de “Il Manifesto” di Catanzaro, pubblicato nel mese di aprile. Il primo passaggio significativo riguarda l’urbanistica di Catanzaro: «Sono stato più volte a Catanzaro ed ho avuto sempre la stessa sensazione. Catanzaro, come tutte le città burocratiche, è una città triste e un po’ deprimente. Infatti, malgrado si trovi in un posto molto bello e piacevole, la carenza di uno sviluppo urbanistico organico, per la mancanza di un piano regolatore, le conferisce un aspetto un po’ caotico e confusionario, ma sempre grigio ed amorfo, cosa che del resto avviene in moltissime altre città italiane».

E, sempre nel 1964, scrive: «Il paesaggio calabrese si esalta, con i suoi meravigliosi contrasti naturali, in cui a dolci pendii si contrappongono  violenti sbalzi  rocciosi […]. In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé».

In realtà Pasolini è istintivamente e intellettualmente vicino al mondo contadino, di appartenenza della madre, e perciò a quello calabrese: è, infatti, a Le Castella che ambienta in parte il film “Il Vangelo secondo Matteo”, ed è a Gerocarne che risponde ad una  contestazione contadina contribuendo economicamente alla realizzazione di una strada per gli abitanti di una frazione in difficoltà. Ed è in Ninetto Davoli, cioè in un “Cristo quattordicenne”, figlio di un calabrese di San Pietro a Maida, che incarna la gioventù di periferia, che trasuda povertà ed emarginazione, fino a farlo “risorgere” a una vita nuova, inaspettata, da protagonista, insieme all’incommensurabile Totò, nel film “Uccellacci e Uccellini”. E, ovviamente, è anche vicino ai contadini – poliziotti, piuttosto che a quegli studenti figli della borghesia succhiainchiostro che non ha mai piantato un pomodoro. L’aspetto paradossale è che, in Calabria, si parla di paesaggio da pochi anni: all’ultimo decennio risale la “Carta calabrese del paesaggio”, quale tentativo legnoso, e perciò tardivo, di salvaguardare, ciò che non è più salvaguardabile; perché non c’è più niente da salvaguardare, semmai da recuperare. Una montagna di carta è stata prodotta per mettere a fuoco la bellezza perduta della Calabria, e tanti alberi ne hanno pagato le conseguenze: le bugie hanno il loro pesante prezzo.

I nuovi Piani urbanistici in corso di formazione, in molti comuni, sono tutti basati sulla  sostenibilità,  vista  essenzialmente solo come problema di rapporti tra pesi specifici delle sostanze impiegate nel processo costruttivo. La nuda terra, il suolo viene visto soltanto nella sua componente granulometrica e nella sua capacità di coesione: maggiore  è la  compattezza, minori sono costi di costruzione.  Ma  chi ha  la volontà o la capacità, non ha nulla da temere, può costruire accollandosi maggiori oneri: sta al rapporto costi/benefici individuali trovare il necessario equilibrio. Del progetto di una città per tutti non gliene frega niente a nessuno, perché, oggi, quello che conta è trovare le soluzioni con la regola “progetto per progetto”: “arrusti  e  mangia” suggerisce  l’antica  sapienza da diavolo calabrese, un pezzo di territorio o carne che sia. Oggi  Pasolini,  nonostante  fosse  inna- morato della vita, si sarebbe suicidato, perché  avrebbe  dovuto smentire  se  stesso: questi  calabresi,  in  fondo,  soprattutto quelli che non hanno mai piantato un pomodoro o battuto un chiodo nella sofferenza delle tante Afriche italiane – le periferie – erano e sono proprio dei banditi! Nel 1964 scrisse parole severe «Qui è stata uccisa la speranza pura di chi vivendo prima della storia ha ancora tutta la storia davanti a sé»

Articolo tratto dalle pagine domenicali del Quotidiano della Calabria. Autore: GIOVANNI IUFFRIDA

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