il sinodo di tropea del 1954.jpgPubblicata per i tipi della Giuseppe Meligrana Edizioni l’ultima fatica editoriale dell’illustre storico calabrese

Dopo secoli di oblio, tornano alla luce, grazie alle sapienti fatiche del prof. Pietro De Leo, i decreti del Sinodo diocesano voluto da mons. Tommaso Calvi (1526-1613), pastore zelante ed illuminato della diocesi di Tropea, in ricorrenza del IV centenario della sua morte.
Ora, grazie alla disponibilità dell’editore tropeano Meligrana e all’impareggiabile collaborazione di Nicola D’Agostino, cui si deve l’attenta revisione del testo e gli indici del presente volume, si riedita – tenendo conto delle correzioni tipografiche apportate a penna da un attento lettore coevo – i Decreta del Sinodo svoltosi a Tropea nel 1594 per volere di mons. Tommaso Calvi e pubblicati a Messina nel 1595: un’opera rarissima.

La preziosa Introduzione a questa edizione dello stesso De Leo – come scrive Don Ignazio Toraldo di Francia – rigorosa nell’inquadramento storico e corredata da una rigorosa bibliografia ragionata – «fa da prezioso corredo ai Decreta Synodalia che di per sé rappresentano una fonte essenziale per chi voglia conoscere o ricostruire la storia della Chiesa tropeana tra la fine del XVI e gli inizi XVII secolo.
Si offre così al lettore un’acuta interazione con le situazioni sociali, religiose e culturali di un’intera comunità che ebbe ruolo preminente nel Mezzogiorno d’Italia.

I decreti del sinodo diocesano svoltosi a Tropea mercoledì 27 aprile 1594 emanati da mons. Tommaso Calvi, ordinario diocesano dal 30 aprile 1593, e pubblicati “apud Petrum Bream” a Messina nel 1595 costituiscono una rimarchevole fonte – sin qui poco conosciuta – per decifrare attentamente quel processo di riforma in fieri, messo in atto dal Concilio di Trento, nel quale anche l’episcopato del Mezzogiorno d’Italia, compreso quello della Calabria, arrecò un forte contributo e una determinata attuazione.

Tale edizione, citata da Francesco Adilardi di Paolo nelle Memorie storiche sullo stato fisico, morale e politico della città e del circondario di Nicotera, fu a lungo cercata e mai trovata da Vito Capialbi. La stessa non figura nei Sinodi diocesani italiani, né nell’intrigante rassegna Documenti etnografici e folkloristici nei sinodi diocesani italiani.
Si tratta, perciò, di un notevole documento che offre un quadro preciso della chiesa tropeana alla fine del sec. XVI, appena trent’anni dalla conclusione del Tridentino, come si presentò a mons. Calvi pochi mesi dopo il suo insediamento sulla cattedra episcopale, dove all’età di 67 anni lo aveva destinato Clemente VIII nel secondo anno del suo pontificato su proposta di Filippo II re di Spagna, di Napoli e Sicilia.

La storiografia è concorde nell’attribuire al Calvi un impegno lodevole ed esemplare per le numerose opere portate a termine a Tropea e in tutta la diocesi durante la missione episcopale durata un ventennio: si pensi alla ristrutturazione dell’episcopio e all’arricchimento del patrimonio liturgico della cattedrale e delle altre chiese, registrati anche nelle Visitae ad limina, secondo quanto rammenta Gérard Labrot.
I decreti sinodali del 1594 segnano quindi l’avvio di un mandato pastorale vissuto a tutto campo, che vide l’introduzione di nuovi ordini religiosi, l’avvio dell’apertura del Seminario e di moderne forme di assistenza – i Monti di Pietà – deputati “ad subvenendos pauperes”; e si estese ampiamente anche alla diffusione della cultura e all’impiego dell’arte sacra, secondo i canoni del tardo Rinascimento e del manierismo barocco, che non solo in Calabria ma in tutto il Mezzogiorno d’Italia, grazie proprio agli Ordini religiosi – si pensi ai Francescani, Domenicani, Agostiniani, Carmelitani, Minimi e Certosini – i quali, oltre al sostegno nell’apostolato, stimolarono singolari filoni di committenza dalla Sicilia, da Firenze e dalla penisola iberica dati gli stretti rapporti che mantenevano con i loro confratelli ivi operanti per abbellire i luoghi di culto con statue e dipinti destinati alla pietà popolare.
I Decreta Synodalia di Tropea del 1594 si articolano in quattro parti, con un prologo dove si dichiara esplicitamente la loro conformità con il Concilio di Trento.
La prima riguarda i fondamenti della fede cristiana; seguono le norme dettagliate per accedere ai Sacramenti. La seconda parte riguarda, invece, le norme relative alle sacre celebrazioni: in particolare la recita dell’Ufficio. Segue poi la normativa relativa ai compiti del notaio episcopale, la cui fedeltà talora difettava. L’ultima parte, la quarta, è riservata ad accorgimenti e norme per abolire “nonnulla vitia” diffusi nella diocesi: dall’usura ai riti funebri paganeggianti; dall’abitudine di bestemmiare, all’inadempienza del versamento dei censi dovuti alla Chiesa. Si elencano quindi le severe pene da comminare ai maghi, agli stregoni, ai negromanti, ai superstiziosi e agli indovini, comprese quelle riservate ai questuanti ignoti o pellegrini sconosciuti, detti anche zingari. Di grande interesse sono le disposizioni contro i detrattori, i falsari e i testimoni inattendibili, i quali deturpano la stima: il maggior bene che ogni cristiano possa avere. Curiose quelle contro i concubini, i medici e i pubblici ufficiali. Aggregate queste ultime a quelle previste per i titolari di case di giochi d’azzardo o proibiti, per i ladri “insolventes” e per i molestatori dei riti sacri. Completano le norme sinodali le direttive per la ripartizione dei distretti diocesani e parrocchiali.