NZO.jpegEdito per i tipi di Pungitopo edizioni, prossimamente sarà presentato a Tropea

“Tropea non era il principe, Tropea è Ngabbia. E’ lui la Tropea che fu e che sarà: il mare e la roccia”.

Tempo addietro, il 10 dicembre scorso per la precisione, ricevo una telefonata di Osvaldo Gagliani, dirigente scolastico in pensione che vive a Milazzo in Sicilia, ma che è nato e cresciuto a Tropea. Osvaldo non lo conoscevo prima e non lo conosco tutt’oggi. Il mio numero, credo, lo abbia avuto da un amico Tropeano che lui ed io, probabilmente, abbiamo in comune.

Mi annunciava che da lì a pochi giorni avrei ricevuto in dono il suo ultimo lavoro letterario. Un giallo d’ambientazione, con luoghi e sceneggiature romanzate a me molto care, considerato che, in esso, sia Tropea che i posti descritti, avrebbero di certo evocato piacevoli pensieri e scandagliato la mia memoria tanto da produrne nostalgiche e piacevolissime reminiscenze. Mi invitava a leggerlo e ad esprimere dopo averlo letto un mio giudizio, una mia opinione.

Premetto che il libro l’ho letto in tre ore, talmente affascinante e bella è la tessitura generale, la trama, il giallo in esso presente. Poi, decantata l’emozione che in me ha suscitato, durata a lungo, pronto a recensirlo di seguito.

Il Diavolo cavalca in doppio petto è più di un giallo, come reca scritto la presentazione del libro, è qualcosa di meravigliosamente giallo perché meravigliosamente azzurro. Azzurro e giallo insieme, con tinte di verde speranza e rosa fucsia. E’ giallo per la trama, per la suspence tipica del genere che dalla prima all’ultima pagina pervadono lo scorrere dei periodi e dei capitoli creando nel lettore la tensione emotiva e la curiosità di sapere chi alla fine sarà il colpevole. E’ giallo a pieno titolo per l’intreccio ben riuscito tra personaggi, luoghi, atmosfere, innesti culturali che spaziano dall’esoterismo laico a quello della mistica cristiana, legata all’Apocalisse di Giovanni e di Gioacchino da Fiore. E’ giallo a pieno titolo perché, come tutti i grandi gialli che si rispettino, inizia e finisce lasciando nel lettore il dubbio, non solo semantico, che l’autore del delitto non sia stato alla fine quello descritto e riconosciuto.

E’ azzurro perché in esso il mare è il protagonista assoluto del racconto. Sul mare e dall’amore per il mare di Tropea e dei suoi dintorni è nata l’ispirazione e credo anche la tensione per poter cucire un racconto che, alla fine, puo’ sicuramente essere definito un manifesto ed un romanzo d’amore per esso. Quel mare che sta alla Calabria come la  cintura ai pantaloni e che raccordadola nelle sue immense bellezze, abbracciandola come una madre abbraccia il suo bambino, offre a tutti noi l’orizzonte finale e l’affondo ultimo dei nostri pensieri, belli o brutti che siano; quel mare, la cui millenaria storia traccia le nostre identità e le forma dandone consistenza e spessore; quel mare, maltrattato e vilipeso da insane politiche di tutela, dove, argomento nell’argomento, sotto-motivo non certo celato del giallo di Gagliani, nel suo fondo, giacciono veleni e porcherie che lo deturpano, lo offendono, lo umiliano. Un mare, quello di Gagliani, rievocato nelle pieghe del racconto con tenerezza, con rispetto, con assoluta religiosità. C’è denuncia in questo giallo per le violenze subite da questo mare.  Non è una denuncia sterile, ipocrita, di facciata. E’ denuncia del cuore, dell’intima coscienza, della filiale appartenenza del marinaio, quindi ancor più efficace e forte. Una denuncia del cuore e dell’anima  al contempo, efficace e pervasiva perché intimamente sentita.  

E’ verde, perché in questo romanzo-giallo non manca la campagna, la terra, il sospiro bucolico per la pace agreste. Sono le campagne di Brattirò e dei dintorni di Capo Vaticano che danno corpo a questo sentimento  offrendo lo sfondo per numerose pagine del giallo-racconto. In questa campagna, uno dei personaggi trova pace e serenità nelle sue poche e lesinate ore di riposo. In esse si specchia la bellezza di Tropea, l’amata, la rigogliosa, evocata sempre come una meravigliosa litania dello spirito, non orante ma contemplante. Un flusso di coscienza ininterrotto lega il tutto.  Non joyciano ma aristotelico.  Innamorato e melanconico al contempo di questa perla incastonata nella millenria rupe di sabbia che l’accoglie soddifatta e pacifica; in queste campagne e nelle viti piene di fascino, figlie di Bacco, si specchia il personaggio più “equilibrato”, più “normale” del giallo: il maresciallo Rosario Fiorillo.

Appassionante, intrigante, corposamente narrativo, dalla prima all’ultima pagina, il racconto-giallo di Gagliani lascia nel lettore, autoctono e non, un sentimento di viscerale nostalgia. I ricordi si innestano all’azione. I dialoghi dei personaggi alla profonda vena filosofica che emerge  tra e sopra le righe del racconto, tradendo  di certo la formazione e la cultura dell’autore. “C’è un solo modo per sentirti libero: perdere il tempo, superarlo. E’ per questo che sono qui”, una delle molte ‘chicche’ filosofiche disseminate tra le pagine di questo giallo. “La morte l’ho sempre immaginata come un compimento, un richiamo alla dignità della vita”, un’altra di queste ‘chicche’. 

E’ fucsia dicevo, come l’amore per una donna, Francesca, che non è né rosa né rosso. 

E’ di certo questo aspetto, volutamente tenuto quasi fuori dalla trama, che fornisce una delle chiavi di lettura non solo del racconto, ma del romantico Gagliani. C’è in questo amore l’adolescenza del ricordo, del suo ricordo, e con essa lo spirito della Tropea di un tempo. Una meraviglia di sfondo e di specchio. Un’amore ed una cosa d’altri tempi. Poetica, appassionata, fugace, come l’amore romantico, la storia rievocata e brevemente rivissuta come lo scorcio di un panorama meraviglioso, contemplato in movimento  che lascia a bocca aperta, ma che al contempo non lo riesci a focalizzare se non per qualche istante. Si muove sempre e muove sempre tutto l’amore…..Buona lettura e all’appuntameto prossimo!

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