Sono trascorsi cinque anni ed è come se fosse ieri da quando l’amico e compianto Guglielmo Lento, l’onorevole non per caso ma per definizione, ci ha lasciati per passare a miglior vita. Un lustro è sempre un lustro e, per chi ha avuto il privilegio di essergli amico, non può dimenticare l’ importante e profonda sensibilità umana di Guglielmo Lento. Ed è per questo che ho ritenuto di “riaprire” nuovamente le pagine di questo blog, ferme per svariate ragioni all’anno scorso, con una delle sue proverbiali “faragule”. Una di quelle inedite. Una di quelle il cui significato ed il cui rimando metaforico sia lessicale che contenutistico, ben si adattano per molti aspetti allo stesso autore. “Ha vissuto come lui ha voluto” anche Guglielmo Lento così come tutte quelle persone libere che hanno incontrato sulla loro strada l’amore, quello vero, il solo che se praticato e vissuto nel profondo rende liberi e forti. Ringrazio con tutto il cuore Giovanni Lento che mi ha voluto omaggiare di questo scritto ed ha voluto che fosse pubblicato sulle pagine di questo blog, tanto care a suo padre che per tre lunghi anni lo ha ravvivato, impreziosito ed arricchito di contenuti e di perle di saggezza assai grandi. Ciao Guglielmo e prega per tutti noi che mai ti abbiamo dimenticato e mai ti dimenticheremo! Buona lettura!

 

Ha vissuto…come Lui ha voluto

“Faragula inedita” di F. Guglielmo Lento

Nel cervello dei Gelesi si annida il tarlo dell’archeologia.
Tutto ci spinge ad investigare, ad incunearci nel profondo, per scoprire quello che eravamo.
Probabilmente perché il presente non è esaltante, quel che siamo non ci soddisfa.
Del resto, basta grattare un po un muro di casa per portare alla luce pietre che prima erano capitelli, divenuti materiale di risulta e riciclati nelle costruzioni.
Basta grattare un po il suolo per vedere affiorare se non i maregni, le mitiche monete dei corredi funerari, talvolta anche d’oro, che ti cambiano la vita, pezzi di ceramica, anch’essi di provenienza funeraria.
E’ ubiquitario, questo parassita, colpisce un po tutti.
Per acquisirlo basta vivere, anche poco tempo, in questa terra.
La malattia mostra i suoi effetti proporzionalmente al tempo di residenza nel luogo a rischio.
Particolarmente grave, quindi, in chi come me, ormai da quasi un quarantennio vi dimora.
Stasera,  avendo cercato rifugio dal caldo umido, particolarmente fastidioso, nella mia tana-studio, fresca quasi come una cantina, sono portato ad indossare qui i panni di Indiana Jones, e scavo nei miei ricordi e nei reperti cartacei che religiosamente conservo.
Essendomici tuffato mi ritrovo tra una folla di persone, gente che secondo il concetto di Musil è da considerare sfornita di qualità.
L’unica traccia del loro passaggio su questa tormentata terra i reperti, da me religiosamente conservati.
Due forcine per i capelli, di tartaruga.
Appartenuti a Carmela la puella, meretrice storica e custode dell’onore delle figlie, educate e vissute in collegio dalle suore, per sua espressa disposizione, da li uscirono solo per andare spose a dei sottufficiali dei carabinieri.
La rosa rossa di Carmelina il trans, superstite di un fascio di rose omaggio per i mio quarantacinquesimo compleanno.
Quel giorno, particolarmente languida, con i lunghi capelli sciolti, fasciata da una vestaglia di seta, porgendomi i fiori ebbe a dirmi: “Quasi quasi ci proverei…Non è scontato l’esito negativo”.
Sbottammo a ridere entrambi, entrambi corazzati da una sana ironia.
L’ultima corda della chitarra di Bobò, lui senza corde suonava, componeva strane filastrocche e buscava la giornata.
Il cerchio ferma capelli di Cuciuzzu, finocchio e badante di prostitute, che un giorno mi disse “Vossia u sapi ca cciaiu u ddifettu”?
Tutti conosciuti nella divisione di malattie infettive, io ero primario, ora l’hanno chiusa, nella piazza di Gela e nei quartieri periferici della città durante le campagne elettorali, nel mio studio di malattie sessualmente trasmesse.
Di tanti altri potrei narrarvi, prima o poi, forse, lo farò.
Ma la massa di reperti appartengono a lui, sono i suoi quadri, affascinanti ed angoscianti, la nascita del Bambino, su una tela cosparsa di sangue e semi di cumino, la Crocifissione lugubre per il legno nero e gioiosa per le bende funerarie, lunghe strisce di seta cruda.
Le sue opere dominano la scena artistica ed onirica.
A lui, Cristoforo grande artista, grande uomo, grande amico, dedico questi ricordi.
A lui che visse ignorato e bistrattato in vita, non accorgendosene, non facendoci caso, perché veramente grande.
A lui perché non ho potuto adempiere a quanto gli avevo promesso in vita.
Alla frase che volevamo, tutti e due, fosse scritta sulla sua pietra tombale.
E questa sera,amico mio,compio i tuoi desiderata, alla fine di questo ricordo la pongo, così come, assieme, l’abbiamo pensata
Ha vissuto..come Lui ha voluto