PREMIO TROPEA, LUCI E OMBRE. Cronache di una organizzatrice di eventi

Maria Faragò
Maria Faragò

di Maria Faragò

Il 27 luglio 2014 il Premio Letterario Tropea parrebbe aver definitivamente chiuso i battenti nell’indifferenza e ipocrisia generale, tranne la mia. Già perché insieme a Pasqualino Pandullo,il Premio Tropea lo avevamo fatto diventare uno fra i più prestigiosi e accreditati premi letterari italiani. Un caso nazionale. Gli addetti ai lavori lo sanno bene. In soli sei anni, nel mare magnum delle kermesse letterarie del Belpaese, Repubblica ePanorama, lo definirono nel 2011, uno tra i primi dopo Strega,Campiello e Bagutta. Allora piansi di orgoglio e di gioia, come quando vidi il “piedone” – che mi sembrò immenso tra le lacrime- che parlava della vittoria di Mattia Signorini su Gad Lerner, nelle pagine culturali del Corriere della Sera, l’Olimpo, per una che fa il mio mestiere. Quello spazio lo avevano tolto al “Bancarella”, mi dissero poi, per darlo al “Tropea”. Pasqualino Pandullo allora mi ringraziò commosso, perché ero io ad occuparmi della“comunicazione”, dicendomi che avevo realizzato il suo sogno “il Premio Tropea sul Corriere”. Quell’articolo lo incorniciò e lo mise nel suo ufficio alla RAI. Credo sia ancora lì.

Pensavo, sbagliandomi evidentemente, alla luce dei fatti e di quello che accaduto dopo e che è ancora in corso, che da lì si poteva ripartire per andare oltre. Non eravamo arrivati, per le mie ambizioni e i miei obiettivi, ma eravamo finalmente partiti. Avevo dimostrato a me stessa e alla mia terra, che dalla Calabria, mia patria d’adozione – io sono milanese, figlia di emigranti – si poteva realmente esportare qualità vera, oltre le chiacchiere, il provincialismo, l’autocelebrazione e la ‘ndrangheta. Nel 2009 ho redatto il progetto che ha partecipato e ha vinto il primo bandoEuropeo della Regione Calabria – l’assessore alla cultura allora era Mimmo Cersosimo – in ambito culturale. Questo ha garantito, pur tra mille difficoltà, al Premio Tropea di vivere fino al 2011. Un triennio di successi, incontri meravigliosi, fatica e sudore e infine l’abbraccio di Marino Sinibaldi (direttore di Radio 3 e storico autore di Fahrenheit) che sulla terrazza della club house del Porto di Tropea, alla fine della cena, davanti a un magnifico tartufo diPizzo, omaggiato dall’azienda Callipo, che avevo contattato, come molte altre aziende, per far conoscere i meravigliosi prodotti diCalabria, mi abbracciava e mi diceva: “Grazie!” esortandomi a non mollare. “Tieni duro Maria”. Parole che non ho scordato, come quelle sempre affettuose e incoraggianti della presidente IsabellaBossi Fedrigotti – che comunque dopo la mia esclusione ha di fatto lasciato la presidenza del premio come pure il professore Giuliano Vigini altro “storico” giurato -, un esempio e un’amica per me.Nei primi due anni della sua presidenza del Premio Tropea l’ho chiamata “signora Isabella”, una signora appunto, che con sobrietà, rigore e un’infinita umanità dietro il suo aspetto austero ed elegante, mi ha guidata emotivamente nelle scelte di contenuti e di stile. Una delle nostre battaglie, perché in Calabria anche queste diventano paradossalmente battaglie epocali, è stata riuscire a gestire il “parterre”. Avremmo voluto che la “gente”comune che veniva a seguire le tre serate, quella veramente interessata ai libri, potesse sedersi e godersi la serata, evitando il pessimo costume dei “posti riservati”. Una lotta che mi costava ogni anno nottate insonni (mi sembrava di giocare a Risiko,spostando e rispostando le pedine per trovare la quadra) per trovare il modo di sistemare tutti, per accontentare tutti, gente“importante” e persone comuni, perché di gente ne veniva veramente tanta e le sedie non bastavano mai. Un anno lasciai Mimmo Cersosimo in quarta o quinta fila, era arrivato un po’ in ritardo, mi sorrise e mi disse che avevo fatto bene. Un “gran signore” anche lui e un assessore bravo e competente, per la mia esperienza, che apprezzò, mi disse allora, anche quella mia scelta controcorrente.Con altri non andò così: sfuriate, occhiatacce e lamentele che ingoiavo con il sorriso per il bene del progetto e della sfida in cui credevo e che portavo avanti con fede e dedizione assolute. Un lavoro massacrante che anno dopo anno però sembrava ricompensarmi, non ancora economicamente certo, ma come professionista e libera cittadina calabrese che contribuisce fattivamente a rendere la propria terra un “luogo più bello in cui vivere”, lo ha detto George Gissing della Calabria cent’anni fa. Una sogno, un’idea utopica. Nei giorni davvero “bui”, nei quali tutto è cambiato,quando sono stata messa da parte arbitrariamente nell’organizzazione e gestione del TropeaFestival Leggere&Scrivere che assorbe anche il premio, un progetto scritto da me e da Massimiliano Ferraina che vinse nel 2012 il nuovo bando Europeo gestito dall’Assessorato alla cultura della Regione Calabria diretto da Mario Caligiuri, i responsabili “legali e amministrativi” mi dissero, tra le altre cose, che non potevo certo cambiare il mondo con un festival di letteratura. Non sto mai con i piedi per terra pare, e quindi gli ho risposto: “Si, voglio provarci. Vi sembra così strano? I libri, le parole, la cultura possono cambiare il mondo, non è questo che andate dicendo anche voi?”.

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